Ludwig A. Feuerbach.
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LA MORTE E L'IMMORTALIT.
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Versione italiana con prefazione e note del cavalier B. Galletti. 
1866. Tipografia M. Amenta, Palermo. 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato dal "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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INDICE.
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Prefazione.
La Morte e l'Immortalit.
La Morte considerata dal punto di vista d'Etica, e Morale.
Origine speculativa della Morte.
La Origine fisica della Morte.
L'Origine psicologica della Morte.
Nullit della Morte e della Immortalit.
La Credenza alla Immortalit in generale.
La necessit Subjettiva della Credenza alla Immortalit.
La Credenza Critica alla Immortalit.
La Credenza Semirazionalista alla Immortalit.
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Fine Indice.
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Sorte che sei tu mai?
MONTI.
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Prefazione.
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 appunto al declinare dell'arco della nostra vita, ed allorch la forza delle passioni, e delle illusioni cominciano a darci tregua; che il desiderio di conoscere e possedere la verit si fa in noi pi prepotente.
La Verit! Vi  al mondo pi nobile scopo da conseguire? guida pi sicura al nostro stanco pensiero?
Ma (se ci rapportiamo alla Ragione dialettica, morale, e psicologica) una necessit, un dovere, una gloria avrebbe dovuto esser sempre per tutto l'umano consorzio il congiungere gli sforzi di tutti gli uomini per raggiungerla questa Verit passo a passo, (beninteso,) brano, a brano: poich ella questa verace Dea sacra e veneranda non lascia rimuovere i mille velami che la nascondono al nostro sguardo se non ad uno per volta, e dopo il laborioso e lungo tirocinio della scienza assiduamente coltivato; E talmente, essa la Verit, compenetra e si spande per le interminate regioni dell'immenso universo, che uno strano paralogismo sarebbe per l'uomo il vantarsi di possederla tutta come una presuntuosa Dommatica, o meglio le diverse Dommatiche hanno spacciato da secoli per il mondo.
Ma in vece di un savio accordo degli uomini nella ricerca del vero fatta con quella calma, dignit ed abnegazione che si competono a cos grande scopo quale  lo spettacolo che ci si  mai sempre offerto dinnanzi da tutti i popoli?
Un continuo avvicendarsi di leggende, opinioni, dommi, e credenze pi o meno fantastiche ed erronee, e di sistemi filosofici e di religioni sullo stampo medesimo, e prestigi di autorit formantisi ora in grazia di futili argomenti, ora di sfrontate ciurmerie.
E meno male quando originate, le credenze, da semplici Simboli allegorici che per lo meno conservano alcun che di grande sebbene fonti di equivoci e malintesi conducenti ad errori e falsi giudizi.
Gli antichissimi libri sacri dell'India Orientale si perdono in ardite ipotesi ed astrazioni, ed inclinano ad un trascendentale Panteismo.
I libri di Ermete come rileviamo da Champollion-Figeac contengono la vetustissima scienza filosofica degli Egizi e dove qu e l lampeggiano giuste sentenze scientifiche e morali: Ma gi vi si piantava come Domma l'immortalit dell'anima. Non si dice per se intesa individualmente ed il tutto poi si ingolfa in ipotesi Cosmogoniche le pi fantastiche.
La Filosofia Ellenica spartita in diverse scuole moralizza sublime con Pitagora, ma con Socrate ed altri ancora, inclina allo Scetticismo. Platone fece un passo avanti a Socrate, suo maestro, dipartendosi dai principi delle altre scuole contemporanee, e la sua Filosofia arieggia del Cristianesimo.
L'enciclopedico Aristotile ebbe poi influenza grandissima sul processo scientifico del suo secolo e dei seguenti della antichit.
Dal Tahio, o grande studio, redatto da Confucio e dal suo discepolo Tseug-Tseu si pu trarre quanto basta per farsi una idea dello spirito posato ed inclinevole al Razionalismo dei Chinesi, i quali ebbero ancora il loro Epicuro in Lao-Hiun i di cui seguaci vennero chiamati i dottori della ragione.
Roma metropoli del mondo antico ancogliendo a fascio le Filosofie e le religioni varie diede prova di uno spirito di tollerantismo assai vicino al pi profondo Scetticismo. E di fatti collo spirito positivo legale e severo della antica Roma il principio Razionalista dovea sempre trasparire anche a traverso alla Sofistica che cominciava a regnare nelle scuole di Filosofia sotto l'impero dei Cesari.
A comprovare le stranezze dello spirito umano rileviamo dal Gassendi Syntagma Philosophicum i pi curiosi cenni sulla Cabala e precisamente sulla Ars magna di Raimondo Lullo che di questa intese farne un trattato ridotto poi a compendio nella Ars-parva. Gi prima, la filosofia Cabalistica avea preso le mosse dagli Ebrei, ed il Rabbino Akiba nel suo libro il Tetsirah ossia creazione, porge delle misteriose teorie, ed i commenti che ne conseguitavano vennero raccolti al 1677 da Hnorrio da Rosenroth nella sua Kabala denudata.
Speculazioni per vero stiracchiate ed insulse dell'uman cervello ed alle quali in fine dal nostro Pico della Mirandola fu applicalo il nome di Cabala e reso questo volgare.
Cesare Cant ha voluto criticare la definizione della Filosofia scolastica data dal Cousin con queste parole "applicazione della filosofia come forma al servizio della fede" e si vorrebbe modificata con queste altre "applicazione della filosofia alla discussione dei dogmi della fede."
E notate che egli il Cant intende dopo ci di sostener tuttavia l'Ortodossia come se fosse possibile lo applicare la vera Filosofia o meglio la Filosolia Critico-Dialettica alla Dommatica senza che questa se ne vada in fumo.
Segue la Filosofia dello Spinoza, banditrice di quel Panteismo che tanto ha progredito ai giorni nostri specialmente in Alemagna.
Da ultimo ci si mostra l'odierna Filosofia critico-dialettica coltivata al di l del Reno ed appoggiata ai due grandi filosofi alemanni Hegel, ed Heine.
In Italia Gioberti, Rosmini, e Ventura, hanno tenuto il campo filosofico certo con ingegno non comune ma erano preti tutti e tre, ed hanno credulo poter conciliare il Domma col progredente Razionalismo. Conciliazione impossibile!
Essi per hanno per lo meno dato a conoscere agli stranieri che la nostra terra Italiana non  mai rimasta priva d'intelletti superiori, ed altronde non pu essere spenta la memoria dei nostri grandi italiani che al XVI secolo, (ed in quel torno) levarono arditamente il Vessillo della libera, filosofia: tali un Telesio, un Campanella, un Giordano Bruno, un Arnaldo da Brescia, ed altri non meno cospicui.
Ora fra noi primeggia fra gli attuali Ausonio Franchi che generosamente tiene alto il Vessillo della Ragione umana indipendente e libera, e non poche elette personalit lo seguono nella ardita sua traccia, dando la mano ai pi distinti liberi pensatori di oltr'alpi ed oltre Reno.
La Religione, come quella che ha in se pi del poetico e dello istintivo della Umana essenza, dovette necessariamente precedere alla ragion filosofica la quale per posarsi come scientifica disciplina infra gli uomini suppone per lo meno in questi un certo grado di istruzione e quindi di civilt.
Afforzandosi della opinione di Benjamin Constant, il Cant vorrebbe sostenere che prima Religione sulla nostra terra fu il Teismo, indi il Politeismo, in fine il Monoteismo.
E ci in opposizione agli odierni Critici che la fanno esordire col Feticismo per indi passare al Politeismo poi al Monoteismo.
Oziosa ricerca a parer nostro poich trattandosi di epoche antestoriche la quistione, per far che si faccia, si agiter sempre nel bujo quindi senza soluzione di sorta che possa tenersi accettabile.
Checch ne sia, sursero le Religioni nel mondo ad-antiquo, e se dobbiamo prestar fede al racconto mosaico gi fin dallo inizio si moltiplicarono a dismisura i Politeisti e gli Idolatri attorno ai pochi Monoteisti o Patriarchi, e loro famiglie.
L'idolatria Egiziana traslata in Grecia e rinnovata all'alito del Genio Ellenico rivest forme venuste ed artistiche, e L'Olimpo degli Achei fu ed  tuttavia da per tutto un vero repertorio di Estetica laddove la societ  in grado di apprezzare di questa il bello ed il sublime.
Portata a Roma e modificata da Numa Pompilio, la Mitologia greca vi assumeva un carattere pi grave e pi severo.
Nell'India la Religione di Brama poi rimpiazzata dal Buddismo, tiene assai del simbolico. del contemplativo, e del Monoteismo: ma con caratteri spiccatamente diversi dalle Religioni dell'Occidente.
E per vero se un lungo corso di secoli ed il numero dei milioni di Credenti, e martirii, e martiri pi o meno volontarii ed ammirandi; e Santoni, e Venerabili, e corredo di ordini e Gerarchie jeratiche, se tutto ci, diciamo, potesse far prova apodittica a favore di una Religione rivelata: certo che la palma spetterebbe di pien dritto alla Religione dei popoli delle Indie Orientali.
Ma le Religioni di Zoroastro, e di Confucio (persiana e chinese) di pochi secoli anteriori a Cristo hanno in loro ben segnalato un carattere razionalista, e per contro la mitologia degli Scandinavi (vuoto ecclettismo di principii ed idee di differenti paesi) presentava in origine una amalgama scomposto ne' minore o meno strano lo si scorgeva al suo decadere allorch in fine si mutava nel Cristianesimo.
Il quale nato siccome setta in mezzo al Mosaismo gi corrotto ed alterato profondamente dal tempo spunta appena che gi eccolo diviso in moltissime svariate opinioni e credenze. Montanisti, Donatisti, Ariani, Nestoriani, Eutichiani, Novaziani, e tanti altri a tacere degli Gnostici e delle loro strane fantasticherie sul genere Cabalistico.
Pur non di meno in grazia della sua organizzazione come Chiesa e della sua disciplina e Gerarchia perdur il Cristianesimo, e crebbe anzi rigoglioso in Europa mirabilmente ajutato dallo sminuzzamento politico delle signorie, e dalla rozza semplicit dei Barbari prevalenti di forza materiale nel Medio Evo.
Se non che all'esordire dell'epoca moderna la grande riforma Alemanna del secolo XVI venne a portargli un gravissimo colpo.
Dappoich apertasi la via al libero esame ne conseguitava la moltiplicit delle sette protestanti e quindi un'ampia breccia si offriva al varco della ragione scientifica che ormai colla sua odierna Critica dialettica ha troncato dalla radice ogni prestigio dell'autorit dommatizzante, ed emancipato una volta davvero non gi il pensiero dell'uomo che virtualmente almeno o internamente libero sempre  stato in tutti i tempi: ma la manifestazione publica aperta e sicura di esso pensiero.
L'Islamismo posteriore di sei secoli al Cristianesimo presentasi nella sua origine come la pi semplice espressione del Monoteismo, e se la rapidit delle sue conquiste nel mondo, la vastit delle regioni occupate e lo zelo dei prischi credenti potesse provare incontestabilmente a pr di una Religione rivelata certo questo vanto non si potrebbe negare ai seguaci del Korano.
Di fronte adunque ai filosofi e loro sistemi stanno da secoli le Religioni, svariati quelli, svariatissime queste le quali in sostanza malgrado il supposto accordo generale fra di esse questo solo hanno di comune a tutte, il servir di pascolo al cuore ed alla immaginativa del genere umano il quale nella sua grande maggioranza non sapendo adaggiarsi in pace nella schietta realt delle cose, e della universa natura, perch non la intende, e diffidente di se perch conscio della propria ignoranza,  pel motivo stesso deferente fino alla servilit alle autorit che con mille modi a lui s'impongono e che soventi si foggia egli stesso colle sue proprie mani per una specie d'impellente bisogno di illudersi e credere ciecamente senza oltre affaticarsi lo spirito e spender tempo a prendere in seria disamina le proprie credenze.
Male dunque si appone chi assegna alla Religione ed alla Filosofia uno scopo solo e comune la ricerca della verit. Questo scopo esclusivamente si addice alla filosofia, e della Religione meglio si affermerebbe dicendo che essa non  gi la ricerca della verit, ma sibbene l'omaggio, il culto, l'inno, l'apoteosi, che la parte affettiva e sensitiva della umanit porge alla verit gi scoperta per l'assiduo lavoro della parte pi nobile dell'uomo la ragione scientifica. Scoperta, diciamo, in parte e gradatamente ed a prezzo di laborioso tirocinio non mai nella sua immensa totalit. Basta difatti volgere uno sguardo a questo immenso universo che ne circonda, ed a noi stessi, cio all'umanit per sentire come la medesima non  che una parte e ben minima di questo gran tutto parte cui malgrado tutti i suoi sforzi collettivi e lunganimi nell'arringo scientifico non sar mai dato di penetrare proprio avanti nel gran mistero che copre ed involve lo scopo ultimo la essenza assoluta, la origine, ed il complesso delle leggi generali che governano l'universo.
Ora domandiamo noi allo imparziale lettore un imparziale giudizio tra il procedere in fatti ed in parole dei Razionalisti, e quello dei loro avversari gli odierni scolastici Ortodossi e Neocattolici.
I Razionalisti adempiendo prima di tutto all'antica massima nosce te ipsum (cio conoscere la nostra essenza); si stanno paghi alla verit che la scienza e la Ragione con mirabile accordo ci presentano e saggiamente si astengono dal pretendere di spiegare i grandi problemi dell'universo, e di slanciarsi colla fantasia in un mondo sopranaturale mai sempre incompreso perch incomprensibile come cosa di semplice ipotesi, per quanto grandiosa, divulgata, e speciosa si voglia, e giammai finora constatata da prove scientifiche e quindi accettabili.
Gli Scolastici e Dominatici dall'altra parte con una rara e vanitosa superbia, spacciano sentenze Dommi, e Catechismi merc i quali si vantano di dar ragione e spiegazione della origine, destino, e finalit delle cose tutte non solo di questo mondo sublunare ma eziandio di altri mondi foggiati in cento edizioni diverse dalla pi sfrenata fantasia.
Fra gli uni e gli altri diteci or voi stessi, di grazia, da qual parte sta la saggezza la moderazione, e la verit e da quale l'errore, la presunzione, e la vanit?
Pi o meno potente o impotente che vi piaccia crederla, la Ragione sola ajutata dalla scienza  il solo ed unico criterio d'ogni verit nel nostro mondo. Se voi la detronizzate, se la tenete a vile, voi non soltanto pagate di ingratitudine la Natura che in essa vi ha dato il pi nobile distintivo merc del quale primeggiate sul mondo tutto degli esseri organici viventi: ma che cosa in verit vorreste voi mettere in sua vece? Ci si dir forse. Una ragione sopranaturale divinamente a noi rivelata.
Ma mancando come sempre hanno mancato finora le prove di questo miracolo dei miracoli la Rivelazione; ne segue di necessit che voi con una logica senza pari balzana ed assurda preferite il sogno, la illusione, la fantasia cio la ragione ebbra, traviata stravolta, alla Ragione virile sana, dotta, e tranquilla, quale  quella del buon senso e della Dialettica Scientifica.
E notate che  pur sempre ad una ragione che avete ricorso ma preferite meglio la vanit alla solidit, il paradosso e la iperbole alla adequata giustezza, l'immaginario al reale, lo stato patologico dell'umano cervello al fisiologico.
 superfluo lo aggiungere che ogni Religione rivelata esaltando i suoi Dommi esclude quelli delle altre cio niega le altre rivelazioni sopranaturali. Di tal che tutte queste Dommatiche si niegano a vicenda mettendo in un serio imbarazzo chi si avvisasse di fare liberamente una scelta in mezzo a cos numerosa collezione di Dommi.
La parte sensitiva, affettiva, ed immaginosa della grandissima maggioranza degli umani individui soverchiando di forza materiale e di coazione morale la parte dialettica, libera, e razionale induce quasi violentemente le masse a volersi illudere ad ogni costo sopra i grandi problemi che ci presenta la natura nella sua imponente vastit. Le caste jeratiche profittando di questa per loro utilissima disposizione sociale si danno a spiegar tutto con tale un appiombo, ed una fidanza che sarebbero risibilissime dove non fossero causa di errori e di danni non pochi per la societ. La quale vaneggiando rimbambita dove pi dove meno, in fatto di credenze nel sopranaturale; direste che a forza vuole spiegarsi ci che la Natura ci lascia inesplicabile e chiuso nei grandi suoi enigmi. Ed una tal societ ci offre, in vero, la immagine di un fanciullo che potendo starsene a suo bell'agio in un prato ameno e fiorito non sente di poter vivere e godere se non salta un fosso largo dieci metri che gli sta dinnanzi, che sa di non poter saltare, e pure vuol tentarne la prova, e vi cade dentro con meritato castigo della sua follia.
Che se poi vi fate a domandare dove mai la necessit di un mondo sopranaturale, e di sopranaturali spiegazioni ai grandi problemi dell'universo, vi diranno che senza di ci ogni morale, ogni ordine, ogni societ va a fascio ed a rovina, che insomma  il finimondo. Come se la morale che  una ed universa fra gli uomini e basata sopra se stessa cio sul senso comune del giusto e del buono; fosse bene affidata in custodia alla versatile fantasia dei tanti Dommi che modificandosi e cangiando incessantemente coi tempi hanno gittato il povero uman cervello in una incessante fantasmagoria infernale e celestiale.
Ma che? udiamo dirci, vi figurate di poter cangiare gli uomini tutti in tanti filosofi? E non vedete che le masse hanno bisogno di Simboli, di credenze e Religioni belle e fatte, e di autorit costituite inappellabili, infallibili?... Rispondiamo.
Noi vogliamo ricondurre gli uomini al giusto, al buono, al Vero, senza aver ricorso all'impostura ed all'ipocrisia, o a vani prestigi; E certo a tale scopo non occorre far prima di essi altrettanti Platoni ma basta parlar loro dallo inizio il semplice linguaggio della Verit come lo dettano il buon senso e le sincere nostre convinzioni. Oh! che codesti credenti ai miracoli biblici di quattro mila anni or sono pretendono far gl'increduli ai miracoli odierni della pubblica istruzione?
Forse non  abbastanza notorio, che fin le infime plebi tra le culte nazioni d'Europa sono ormai in condizioni ben altre e ben migliori che non erano ai tempi della terza Crociata? E tacciamo delle classi pi elevate presso alle quali il progresso ottenuto  gi grandissimo, e grande per corollario la decadenza dell'antico zelo ortodosso e del fanatismo religioso. Voi ben vedete adunque che le aspirazioni nostre ben lungi dal sentir la Utopia, stanno invece nei limiti dell'attuabile e del giusto.
Ma non basta il conoscer noi stessi, e d'uopo  pure conoscere la potenza la portata del nostro Scibile in generale, effetto dello studio e della Ragione.
Ora a noi pare che se a questa massima si fosse posto mente davvero, come altres al mettersi ben d'accordo sulle definizioni delle cose prima d'entrare in discussione, di certo che alcune delle cos dette grandi quistioni che da secoli si dibattono ancora, o non si sarebbero mai prodotte, o si sarebbero sepolte appena nate.
Cos p: e: da tempi assai si  travagliata la Psicologia per iscoprire la essenza e natura dell'anima umana.
 l'eterno duello tra lo spiritualista e materialista: Ma domandate di grazia, a questi signori contendenti, ad una parte, avete voi un'idea ben chiara di cosa intendete per ispirito e potete rendercela questa idea in modo accettabilmente chiaro? Lo dite una forza che  nella materia ma non  la materia; come la gravit  nel metallo ma non  il metallo, la celerit  nel fulmine ma non  il fulmine; ma allora perch non chiamate spirito anche la celerit e la gravit?
E domandate all'altra parte.
Avete voi conosciuto, analizzato, apprezzato proprio per intiero la materia non dir gi la Cosmica tutta, che in grandissima parte dista troppo da noi ma quella pure del nostro pianeta, per potere affermare con certezza fin dove pu spingersi la sua interna potenza?
Ad esser sinceri le risposte dovrebbero essere negative.
Ed allora a qual pr quel lungo quistionare, del pari inutile ed alla Scienza ed alla Societ?
Ancora un esempio, l'Ateismo. Se possibile, o no.
Or qui, se colla parola Dio voi intendete la causa il principio d'ogni cosa e che in se compendia tutto lo insieme delle leggi che governano l'Universo nissuno, al certo, che non sia privo di sensi e d'intelletto potr negar la esistenza di questo Dio; ma per contro se con tal parola intendete alcun che di astratto, e personificato ad un tempo, sul tipo d'un Iehova, di un Giove, di un Saturno di un Allah! allora la buona Logica non pu ammetterlo se non per altro per questo che la personalit  contradittoria coll'infinito e nell'una, e nell'altra ipotesi la quistione non ha pi ragione d'esistere.
Primo bisogno per la ricerca coscenziosa della Verit si  tenere in freno la immaginativa e le passioni troppo ardenti, che fanno velo all'intelletto.
Ora come la Verit  patrimonio di tutti, il ricercarla, coltivarla, onorarla e diffonderla  altres il dovere di tutti.
Esattamente parlando adunque non v'ha Filosofia di sorta che dir si possa nazionale di questo o in quel paese; e quando udite ripetere Filosofia Greca, Italica, Alemanna intendete che i Greci, gl'Itali, gli Alemanni, nella ricerca del Vero usarono quei modi, quella locuzione, quelli spedienti che meglio il Genio proprio della nazione loro suggeriva.
Sta per sempre che quella fra le nazioni che pi si spinge avanti in questo nobile studio; meglio ha meritato il plauso della Umanit. Or noi italiani mentre ci apparecchiamo colla energia del volere, e tanto nella Politica che nelle Scienze, a conseguir quel Primato che Vincenzo Gioberti ci avea forse troppo largamente aggiudicato; riconosciamo con lealt, che in atto si  la dotta Alemagna che sta antesignana, in Europa in fatto di filosofiche discipline; n la Francia n l'Inghilterra n le altre pi culte nazioni osano contrastarle un tal vanto.
Dell'Opera del sig. L. Feuerbach, uno dei pi arditi odierni filosofi alemanni col titolo Cosa sia la Religione; e come un breve saggio di filosofia alemanna, noi abbiamo voluto voltare nel nostro idioma questa specie di appendice che sta in fine al suo volume, col titolo La Morte e l'Immortalit; argomento del qual per vero non pu trovarsi altro pi interessante ad ogni mente seria e riflessiva.
Ed a bene apprezzarne il senso non saranno qui inutili brevi chiarimenti in proposito.
Il sig. Feuerbach  appunto in fatto di opinioni filosofiche ci che oggi diciamo un Razionalista un libero pensatore dei pi indipendenti ed originali: per questo suo scritto che ora abbiam per le mani si pubblicava circa un trentasei anni or sono, e s'indirizzava ai dotti del tempo, ai dotti di Germania divisi come li sappiamo in opinioni svariatamente partile e graduate e rappresentanti tutti i principj diversi a partire in fatto di Religione e Filosofia, dalla Scolastica pi ortodossa al culmine il pi spinto dei novatori e liberi pensatori. A questi ultimi si accosta il Feuerbach singolarmente segnalalo per originalit di forme nello esprimere il suo pensiero, larghezza di vedute, argutezza di concetti, penetrazione di criterio intuitivo.
Ma quando egli adopera il vocabolo di Razionalisti, non intende gi ci che noi intendiamo ai di nostri con tal voce ma piuttosto quelle categorie di Protestanti die pretendono conciliare il Dommatismo o parte almeno dell'antica Dommatica colla pura Ragione; sicch egli ora concorderebbe con noi che insieme con Ausonio Franchi teniamo per impossibile siffatta conciliazione. Nella quale per vero credono di adagiarsi e riposare non poche delle notabilit odierne fra i protestanti il Guizot fra gli altri n si pu comprendere come facciano a non iscorgerne la forte inconseguenza.
Del resto se dopo quanto pi sopra abbiam cennato circa agli Spiritualisti e Materialisti, dobbiamo ancora riconoscere queste due categorie come ben distinte il nostro Feuerbach appartiene agli spiritualisti, concordando col nostro illustre Ausonio Franchi anche in questa opinione, cio, che lo spirito pur non essendo materia, non sta per da questa scompagnato, o meglio egli cessa di esistere simultaneamente col corpo che in vita egli agitava ed inspirava tuttavia da esso traendo la sua propria interna esistenza.
A farvi adunque un'idea adequata del sig. Feuerbach tenetelo pure per un seguace della odierna Filosofia Critico-Dialettica trasportato per di tempo poco meno che un quarantennio indietro, e scrivente col genio e colla vivacit dei nostri liberi pensatori d'oggi giorno fra i quali egli precorrendo in certo modo i tempi si spinse con via e fortuna quale potea aspettarsi impopolare, e peregrina.
Non  a dire se i neocattolici alla Chateaubriand, ed alla Mont-Alembert l'hanno in odio e dicono orrori dei suoi scritti i quali d'altronde di natura esclusivamente scientifica, non son fatti per correre agevolmente graditi e compresi per le mani di tutti, come bene osserva il suo traduttore francese Hermann Ewerbeck, sono tali per da lasciar dopo di loro una lenta bens ma profonda impressione in chi li legge.
Noi dal francese trasportando in italiano abbiamo anzi tutto avuto cura di rendere tutto intiero il pensiero dell'Autore; tuttavia scartandoci dalla sintassi straniera n ci soltanto, ma (allorch attuabile senza ledere la fedelt della versione) abbiamo cercato di rendere pi chiaro quel pensiero, e pi incisivo.
Non  certo con tutte le opinioni del Feuerbach che noi concordiamo, e dove pi spiccato il dissenso lo abbiamo espresso con apposite note, ma sibbene sentiamo al par di lui tutto il valore tutta la incontrastabile prevalenza che il Razionalismo (o meglio la odierna Scuola Filosofica Critico-Dialettica) a buon dritto ha conquistato sul campo del progresso Umanitario.
Ben ci attendiamo agli attacchi degli zelanti amici del vecchio Dommatismo: ma fosse pure una volta che essi dalle vaghe querimonie dalle gratuite sentenze scendessero nel campo della discussione leale, e logica che allora fra noi, e loro la pubblica opinione s metterebbe in via di meglio rettificare i suoi giudizi!!
Vanno essi ripetendo fra le altre cose che i Razionalisti dell'odierna scuola non potendo dare spiegazione della esistenza del male nel mondo; lo niegano. Come se la impossibilit dello spiegarsi il perch e l'origine di esso fosse cosa applicabile ai Razionalisti soli e non gi a tutti gli uomini.
E poi quando mai il Razionalismo ha negato la esistenza del male e del dolore sulla terra? Ci che egli intende rilevare  questo soltanto cio, che malgrado la morte e gli altri mali la vita in generale, considerata nella sua universalit come conviensi alla Filosofia il considerarla,  inalterata armonica, eterna e sublime, e che stolto e iniquo avviso  il falsarne il significato, e disgradarne la importanza, per dar corpo e risalto ad una seconda vita iperfisica, soprannaturale e nullamente finora constatata dalla Scienza.
Altra imperdonabile stranezza e pur troppo comune a sentirsi ripetere dai nostri avversari si  questa della opportunit, della convenienza sociale di questo o di quel Domma e credenza, la sconvenienza, il pericolo il danno, di queste o quelle opinioni Scettiche o miscredenti quasicch le convinzioni sincere, i criteri delle Verit, fossero cose simili agli spedienti politici e sociali, quasicch l'uomo potesse credere, o non credere secondo che pi o meno reputi a se conveniente.
Il non accorgersi di ci; dove non  il colmo della stupidezza  certo quello della mala fede.
O voi dunque tutti che avversate le nostre opinioni filosofiche, se al par di noi non vi muove che l'Amor del Vero: in nome di esso vi diciamo o combattete con buone ragioni le medesime; mostrandoci gli errori nei quali possiamo esser caduti, e noi siam pronti a modificare, a cangiare le opinioni nostre, ed a proclamarvi nostri maestri, e salvatori, o arrendetevi dinanzi alla Ragion Filosofica odierna, o per lo meno tacete. Ma finch invece di venirne lealmente alla discussione logica, serrata, precisa argomento per argomento, vi ascondete nelle nuvole per girare quella posizione che non potete attaccare di fronte o meglio per isfuggire al nerbo della quistione anzicch affrontarlo; noi siamo nel pieno dritto di tenervi per vinti, e dichiararvi nel torto, e nello errore.
Ma cos  di fatto che i nostri pretesi oppositori simili al sergente dell'Elisir d'Amore
"Gi cantano vittoria
Innanzi di pugnar"
N questo solo: ma tirano gi a furia conseguenze, condanne, invettive e geremiate sulla tristizia dei tempi, la iniquit degli uomini, dei miscredenti, degli anticristi ec. come se il sentenziare, lo inveire, l'imprecare, contro opinioni sieno negative sieno affermative potesse esser logico od accettabile prima di conoscersi col mezzo di esame profondo, imparziale, e notorio da qual parte sia l'Errore da qual parte la Verit!
Ma senza pi oltre toccare di si gravi argomenti adesso (e dei quali forse farem soggetto d'altro nostro scritto) non ci resta ormai che augurarci che questo nostro lavoro qualunque esso siasi riesca gradito a quella eletta schiera di spiriti culti ed indipendenti che cercano la Verit, la confessano e la onorano per il solo e nobile amor di essa.
Ricordiamoci che questa bella fiamma dell'Amor del Vero, e del suo culto, stette sempre salda nel mondo fin dalla remota antichit sebbene ristretta nella breve cerchia di valorosi e liberi spiriti attraverso ai pi barbari secoli di stupida ignoranza e religioso fanatismo, ed ora che a noi privilegiati dal tempo, arride la bella sorte di poterla esaltare e diffondere sulla terra senza rasentare i roghi e le torture, viemmaggiormente ci s'impone il dovere di tramandarla pi alta e sfolgorante ai posteri nostri.
Ad essi  riserbato il fruire di tutti quei beni materiali, e morali che tutti insieme costituiranno la novella Era di rinnovamento sociale: quella specie di Et dell'Oro: che lo stesso Cant (che non  certo un novatore avventato) ha detto doversi vagheggiare nello avvenire anzich rimpiangere nel passato. 
Palermo 17 gennaio 1866. 
CAV. BALDASSARE GALLETTI
 La Morte e l'Immortalit
Verr un tempo, disse il Lichtenberg, in cui la luce della Natura e la Ragione dell'Umanit, sottentrando a quanto pur or ci rimane di Dommi Religiosi e rimpiazzando altres vantaggiosamente questo odierno crepuscolo Razionalista che ne il precursore, saranno tenute come superstizioni tanto la fede ecclesiastica quanto quella religiosa del Razionalismo(1).
Udiamo ripeterci a saziet, che i due Dommi della esistenza di Dio e della Immortalit dell'Anima Umana sono necessari per un gran numero di credenti che si terrebbero assai sconsolati, laddove venissero scosse queste due grandi colonne della fede ortodossa.
E sia pure: ma ritenete al tempo stesso che accettato questo principio d'inviolabilit a favor di queste colonne, seguir per immancabile corollario, il dovere ammettere una lunga colonnata per intiero.
Si dice ancora, che per cosa al mondo non conviene disturbare la pace interna delle anime.
Benissimo! ma di grazia indicateci pria di tutto il dove e quando ha luogo questo fatale disturbo, ed a quali sintomi dobbiamo noi riconoscere il suo primo manifestarsi. Qui per vero ci troviamo di fronte quelle difficolt che naturalmente si attraversano ai passi di coloro, che avvisano arrestarsi a mezza via sul loro cammino.
L'Opinione che l'Anima continua ad esistere dopo la morte del corpo prima d'essere un argomento di seria e scientifica discussione a disamina; era gi diffusa e ritenuta siccome articolo di fede. Ora una siffatta credenza  per lo meno tanta strana quanto lo  l'abitudine di chiamare Dea, o cosa divina una bella donna o il parlar dell'immortalit delle teste coronate.
Allorch l'Uomo con una inqualificabile leggerezza e presunzione si inette a sentenziare sull'ignoto e dove non giunge la potenza del suo intelletto e del suo scibile, egli di necessit e costretto a dar nei sofismi. Di conseguenza voi udirete in cento guise le pi fantastiche stravaganze allorch si pretende darvi, dei saggi, sull'altra vita e sulla individuale Immortalit.
Ora eccovi amici miei, una idea che mi par giusta per tutti i versi.
"Sar di noi dopo la nostra morte lo stesso che gi  stato prima della nostra nascita."
Questa idea, per lo meno,  per me come instintiva ed anteriore a qualunque discettazione; e porta seco alcun che d'attraente ed invincibile sebbene non possa dirsi per ancora apoditticamente dimostrata, e forse non pochi che non osano confessarlo apertamente la pensano al par di me in questo grave argomento.
Nulla finora ha potuto convincermi del contrario; e dove la mia opinione si appoggia sulla natura medesima, la contraria si fonda sopra metafisici artifizj che ben sovente anzi sempre urtano in contradizioni di fatto che sarebbe impossibile lo scansare.
D'altronde non pochi riscontri trova il mio parere in alcuni fatti naturali come p: e: la Sincope, la Catalessi gli svenimenti, l'assopimento.
Sopra questa espressione Non esistenza sono ben pochi che adeguatamente stanno a riflettere. Ora dessa  per me appunto lo stato anteriore alla mia nascita e ci che sar dopo la mia morte. Non  gi l'apatia, lo svenimento giacch questi possono in tal qual modo esser sentiti dall'Uomo, ma  piuttosto il nulla! Quel nulla che trattandosi di un essere pensante e sensibile che vi si adagi dentro parmi che abbia il valore stesso di ci che dicesi la suprema felicit; poich in entrambi i casi si sta egualmente bene(2).
Non abbiam noi gi subito una volta la nostra risurrezione? la prima Risurrezione? e certamente che prima di essa noi sapevamo meno dello stato di nostra vita attuale di quel che sappiamo ora dello stato che ci attende dopo morte(3).
Ritenete, miei buoni amici, che una gran parte di male nel mondo si deve attribuire ad una esagerata e cieca deferenza per gli usi, le leggi e la Religione del passato.
Circa alla Tanatologia ovvero credenza alla Immortalit dell'anima tre epoche vanno ben segnalate fra le nazioni d'Europa.
La prima si riferisce agli antichi Greci e Romani i quali per vero lungi dal farsene una immagine nel senso precisamente come noi la intendiamo questa Immortalit; se ne formavano invece una specie d'ipotesi vaga e poetica.
Questo per  da notarsi che in sostanza non tenevano poi la morte per il male il pi grande, ed io penso che anche noi moderni verremo man mano accostandoci a questa sentenza.
L'antico Romano (il repubblicano segnatamente) non vivea che per la sua patria, n il suo orizzonte intellettuale si elargava al di l del terrestre. Scopo suo principale era la grandezza di Roma, e quanto a se medesimo personalmente non si attendea in un altro mondo una condizione d'esistenza superiore a quella dei suoi compatriotti; ma aspirava solo a lasciar gloriosa memoria di se dopo la sua morte. Spirito ed anima del Romano antico era il suo Romanismo e siccome consistea questo nella totalit dei suoi cittadini di tutte le epoche, cos egli non avrebbe potuto comprendere il come e perch personalmente avesse potuto disgregarsi da quella comunione alla quale esso andava superbo di appartenere. La Virt stessa egli non la conosceva che alla Romana, poich il suo intendimento mirava meglio a far di se stesso un Romano perfetto, che un uomo tipico, cosmopolita.
E ad un siffatto ideale egli perveniva come un fiore realizza il suo tipo speciale e gi contenuto nel suo germe primitivo.
Insomma per l'antico Romano non esisteva quello enorme sbalzo che per noi stassi tra lo ideale e la realt delle cose.
Ora appunto un risultato, di questo sbalzo di questo abbisso, di questo Scisma,  la credenza alla immortalit; quindi il Romano antico non poteva seguitarla.
Dicasi lo stesso dei Greci o Elleni, i quali coltivavano con ardore l'Amor del Bello basato cos come egli  sulla possibilit di rappresentare, esteriormente il mondo immaginativo dello spirito, e di raffigurare lo spirituale nel reale e materiale.
Epper anche essi non poteano accogliere la nostra credenza tanatologica, che divide un uomo per cos dire in due; un'anima superiore, immortale e nemica della parte nostra materiale, ed un corpo bruto o almeno brutale, nemico dell'anima spirituale e di per se stesso senza anima.
La seconda epoca riguardo alla credenza, alla immortalit dell'anima individuale,  quella dell'Evo-Medio, il vero Bon vieux temps del Cattolicismo.
Di quel tempo una siffatta credenza era un articolo di fede universale, era un assioma dommatico; pena di morte a chi lo negasse come se i roghi, e le mannaje avessero il valore di prove dimostrative apoditti che come se il miglior modo di tornare alla fede i miscredenti fosse quello di spedirli all'altro mondo coi pi atroci supplizj!!
Per  d'uopo dire, che il carattere vero distintivo del Medio-Evo non consistea gi tutto in questa credenza; ma eziandio e meglio in questo che l'Uomo di quei secoli non si era incaponito nella trista convinzione di trovarsi un essere isolato, ed indipendente in mezzo ad una indipendenza vasta ma ad un tempo fittizia.
Invece egli mettea la somma di sua propria essenza nella comunione Religiosa per mezzo della quale sentendosi egli membro della Chiesa, e perci salvo ed in possesso della vita eterna, o della immortalit, individuale, toccava gi al godimento elevato al pi alto suo grado, a quello cio di Comunione o meglio al sentimento della Unit Morale. Ed il Cattolicismo era appunto questa Ecclesia questa generale assemblea che riuniva gli spiriti in uno spirito solo.
E qui si noti che queste due grandi potenze della odierna religiosit, cio il sentimento morale e la fede, non sono in sostanza che attive determinazioni del Me e per esse la esistenza Vera e qualche cosa di trascendentale, di soprannaturale, un avvenire tutto fantastico.
Non cos al Medio-Evo in cui codesto futuro si confondea s'immedesimava col presente, cosicch si toccava in un tempo all'ideale ed al reale poich la Chiesa era alcun che di pertinente al dominio dei sensi e di superiore agli stessi, quindi nissuna scissura tra la possibilit e l'attualit.
Come tanti altri, articoli di fede, lo era anch'essa la immortalit dell'anima umana ma non gi un segno caratteristico dell'Uomo.
Piuttosto che della umana individualit si occupava allora quel Domma del Paradiso e dell'Inferno; ma la credenza in essi non andava confusa con quella della immortalit individuale. Vi si trattava del castigo del vizio e premio della Virt ma non gi tassativamente della eterna permanenza in essi dell'uomo individuale.
Solo punto d'analogia e riscontro tra l'antico Cristianesimo, e la odierna dottrina della immortalit dell'anima personale senza altre complicanze, si  l'argomento Risurrezione dei corpi. 
Consiegue da questa religiosa credenza del Medio-Evo che l'individuo da se solo di per se stesso  immortale, e sicuramente nulla v'ha per noi di pi personale che i membri della nostra persona.
E qui un'osservazione cade opportuna.
Che i corpi precedono l'ombra loro e una legge costante nel mondo fisico; ma nel morale nell'immaginoso sopratutto accade qualche volta il contrario.
Cos la credenza nella risurrezione dei corpi, che in certo modo era come l'ombra foriera dell'altra credenza nella immortalit dell'anima Umana individuale precorse di alcuni secoli quest'ultima la quale poi a suo tempo non manc di far la sua entrata sul teatro del Mondo.
E si noti che allorquando veniva in campo sorretto dall'opinione il significato sustanziale della Risurrezione dei corpi, gi pi non si credea precisamente a quel simbolo; ma invece si proclamava l'objetto lo scopo di esso cio la personale immortalit dell'Uomo.
Esempio  questo del come procede la storia cio l'organico sviluppo dell'umanit, nello sciogliere i sociali e morali enigmi, e state pur certi che ella a suo tempo sapr scioglierne di ben'altri ancora, non mancandole la potenza dello svelare e rivelare misteri.
Gli antichi libri Sacri dello Zenda-Vesta stanno a pr di questa nostra sentenza ed accennano della Risurrezione dei corpi.
Ora il Cristianesimo ed il Parsismo hanno grande affinit tra loro come quelli che portano quasi identici gli assiomi e principj di morale; sicch tutta quella magnifica Religione degli Antichi Parsi non era in sostanza che uno splendido simbolo della lotta tra il Bene ed il Male, e pu in certo modo tenersi come un anticipato simulacro del Cristianesimo. Il Domma Parso della Risurrezione della carne  il simbolo della odierna credenza cristiana nella immortalit dell'anima individuale.
Cos del pari l'altro Domma Parso che insegna la esistenza di un Genio speciale protettore di ogni essere vivente risponde all'opinione Platonico-Cristiana affermante che l'idea e l'essenza di ogni cosa esistente preesisteva di gi in Dio da tutti i tempi(4).
Terzo ed ultimo stadio per la credenza all'immortalit dell'anima individuale segue l'epoca nostra moderna.
In esso stadio si accenna della umana immortalit come di cosa piena ed intiera, sicch il credente l'ortodosso considera se stesso quasi un ente infinito, assoluto, e quasi divino, lo che imprime una caratteristica ben pronunziata allo stadio succennato.
E si fu in nome o per parte del Protestantesimo, che una siffatta evoluzione (e fin'allora sconosciuta) della opinione religiosa fece la sua comparsa nel mondo. E cos il posto d'importanza gi della Chiesa e della Comunione religiosa venne occupalo dalla fede morale e dalla individuale convinzione. Cessando la Chiesa di essere il principio fondamentale della credenza questa lo divenne di quella. Quindi avviene che ormai la Chiesa meglio che dalla sua stessa autorit unitaria, universale, trae argomento della sua forza, dalla energia di fede nei credenti. Omai pel Protestantesimo era il Cristo l'astro centrale del gran Sistema, o meglio l'Uomo-Dio, la essenza umana confusa colla divina nella forma personale del Cristo.
Ecco dunque la Personalit fattasi centro del Protestantesimo, non per la personalit come semplice personalit, sicch ognuno vi avesse potuto rinvenir se stesso; ma una personalit novellamente personificata in una sola figura nel Cristo personaggio storico che per cos dire assorbe in se tutte le personalit presenti passati e future della terra sicch pu chiamarsi l'Unico; Ed ecco con questo un progresso in certo modo realizzato.
Ed una setta Protestante, i Pietisti, spinse cos innanzi codesta idolatria per la persona materiale del Cristo, da prender per oggetto speciale di essa il cadavere medesimo di lui per come si rileva da questo passo estratto da alcuni scritti pietisti del secolo XVIII.
"Coloro che vogliono davvero aspirare alla felicit celeste, debbono lambire le labbra livide e glaciali del Cristo, aspirarne l'odor cadaverico, ed assorbire le esalazioni del suo sudario." Ora laddove noi senza oltre arrestarci a siffatte aberrazioni mentali ci facciamo a considerare il processo ascendente del Protestantesimo noi lo vediamo spingersi fino a quel punto in cui il Cristo cessando di farsi centro objettivo per gl'individui, vien surrogato dalla personalit di tutti di tal che ogni protestante facendosi centro a se stesso, il di loro Evangelismo si cangia in Moralismo e Razionalismo.
Il Pietismo fra essi non  che un anello di transizione poich esso non adora il Cristo che dopo averlo per cos dire trasformato in un pietista, cosicch l'anima del protestante Pietista ne rimane occupata. E cos (ben inteso senza nemmeno saperlo) l'adoratore di siffatto Cristo pietista non adora altro che le sue proprie sensazioni, i suoi proprj sentimenti, la sua propria subjettivit. Insomma adora se stesso.
D'altra parte il Moralismo, ed il Razionalismo protestante sono per loro natura diametralmente opposti al Pietismo, che vorrebbe esserne il complemento fisiologico, (o meglio patologico).
Sono essi due evoluzioni intellettuali la cui merc lo spirito subjettivo toglie ad objetto il subjetto medesimo, o meglio il Razionalismo protestante non ha per objetto che il Me protestante.
Ed eccovi lo interno nesso di questi due estremi, il cui scopo  sempre il Me la personalit, sia astrattamente razionale, ed intellettuale, sia nella sua sensivit patologicamente affetta.
Allorch l'Uomo si forma della sua propria personalit pura e semplice il cardine ed il centro d'ogni suo interesse ed aspirazione, non pu a meno d'essere preso da un profondo disgusto di questa nostra esistenza, di questa nostra vita, e condizioni che l'accompagnano.
Limitato e costretto come egli  quaggi nel tempo e nello spazio, certo non trova agio, e nemmeno possibilit di sviluppare a suo talento la sua personalit. Cos adunque ed anche a suo malgrado  spinto a gittarsi nelle illusioni di una seconda vita foggiata in modo che pur ritenendo il fondo e la personalit della vita attuale, sia libera e scevra appieno, di tutto quanto noi incontriamo qui in terra, d'imperfezioni, di lotte, e di traversie o diciam meglio, una seconda edizione riveduta, e corretta della presente vita, un sogno roseo, in una localit diafana, fantastica, luminosa, e dove la ideale sua personalit tocchi ad una ideale realit.
Una individuale personalit scevra da qualunque difetto ed ostacolo non essendo in sostanza che lo ideale della Virt medesima, ne consegue che  pure Moralit, essenza d'individualit, e d'altra parte non trovando l'Uomo, qui in terra alcuno n perfettamente puro, n supremamente virtuoso n altro di meglio restandogli a praticare che accostarsi sempre pi, verso la morale perfezione ossia verso la prima essenza medesima, ne consegue, che qui sul nostro globo a niuno  dato toccare a questo ideale di perfezione di personalit purificata, la quale sar sempre per noi mortali una meta agognata e mai raggiunta. Che poi questa perfezione e purezza morale venga designata con un nome impersonale come p. e. la Virt, il Bene, ovvero con un nome personale, trascendentale come p. e. Dio ci nulla cangia nella quistione e poco monta in conseguenza.
Adunque gl'individui per approdare all'assoluta perfezione, debbono estinguersi e sparire in un lasso indefinito di tempo. Ora siccome la esistenza dei nostri individui sta con questa condizione del loro perenne incedere verso un progresso infinito, ne risulta che essi non toccheranno giammai la loro mta, che cessando di esistere come individui.
Di fatti, se venisse mai a colmarsi per intiero la misura della perfezione in un individuo, egli non avrebbe pi il suo poleggio per andare avanti, non avrebbe pi ragion d'avanzare, cio non vivrebbe pi e (novello Glauco) resterebbe come affogato nella sua botte di miele.
Noi siamo personalit individuale appunto per questo che continuamente ci accorgiamo della enorme distanza che passa tra la nostra parte di perfezione personale gi realizzata, e la perfezione ideale che sta fuori di noi. Epper senza mai pervenire alla meta del suo pellegrinaggio l'individuo proceder sempre avanti d'eternit in eternit.
La Tanatologia, o la nostra credenza alla immortalit personale, non ha in sostanza per essenziale oggetto che il Me l'Egoismo.
Ora una volta che l'Uomo si pone a considerar le cose tutte da questo punto di vista,  chiaro che per ogni parte dovr scorgere disinganni, imperfezioni, negazioni. Ecco intorno a lui l'Universo  infranto e caduto,  un informe ammasso di ruine, ed il suo spirito generale animatore del Tutto  scomparso, n rimangono in piedi, che qu o l degli individui isolati. Allora l'Egoismo inalbera il sacro stendardo del Profeta lo Chandsac-Chrif della credenza all'altro Mondo.
Scipione novello, l'Uomo piange sopra quella Cartagine che egli ha ridotto in cenere; giacche in questo Mondo universo e collettivo che per lui  diventato cosa come scema e svaporata; egli non trova pi nulla di importante davvero; e fin lo stesso Me l'Egoismo stesso si risolve in un nulla.
Quindi  poi che nella sua disperazione si gitta a corpo perduto nel fantasticare di un'altra esistenza soprannaturale, d'un'incomparabile bellezza, dove egli raggiunger tutto ci di che trova difetto quaggi tra noi.
Il Me, l'Egoismo ha devastato la Terra anzi l'Universo, ha schiantato gli alberi uccisi i fiori, sterminato gli animali.
Egli si  creato infine tutto intorno un deserto nel quale non trova pi cosa dove posar l'affetto ed il pensiero. Allora in mezzo a questa landa desolata un pallido fiore un Colchicum autunnale,  il solo oggetto che gli rimane a vagheggiar per suo conforto. Questo pallido fiore  la immortalit dell'anima personale.
E cos esser deve e non altrimenti.
L'Egoismo non ha voluto o saputo comprendere ed apprezzare nel suo proprio e giusto significato, il mondo attuale, l'attuale vita, e non ha voluto lavorare in esso e per essa? Ebbene! egli non si avr che l'ombra di questo mondo, di questa vita, e quest'ombra dovr parergli il Mondo e la Vita nella intiera pienezza di loro valore. Ecco la sua punizione!!
L'epoca nostra (e nessuno potr negarlo) procede segnalando il termine d'un lungo e faticoso cammino percorso dall'umanit e quindi si fa veicolo e porta ad un tale avvenire che include in s il germe prossimo a sviluppare un'altra vita.
Avanti dunque e coraggio miei buoni amici!! . . . e assidui all'opera!
Tra i nostri contemporanei non pochi sono che non intendono e quindi dispregiano le sovrane dottrine che ci fornisce la storia di tutti i secoli. Essi gl'imbecilli sciagurati osano schernire, i nobilissimi travagli, gli studj faticosi della umanit attiva, sobria, e progredente, di questa nostra vera Mater dolorosa; e si avvisano di tacciar di ribbellione, i dritti imprescrittibili, che la ragione umana dopo le lotte ed i martirj di pi mila anni ha legalmente e laboriosamente aquistato.
E tanto vanno oltre costoro nella loro brutale stupidaggine da pretendere di fare rivivere il passato; come se un cadavere potesse rivivere; come se un fiume potesse ritornare sui monti da dove scende al mare, come se venti e pi secoli di lagrime e di sangue versato dagli uomini in tante lotte atrocissime dovessero in ultimo spuntare a questo di ribadire a pr di pochi alcuni privilegi che qui meglio al caso nostro si direbbero sagrilegi!!
Or bene, e noi appunto da tutto questo inferiamo che uno spirito novello informer ormai l'uman consorzio, uno spirito benefico e rigeneratore che sapr liberarci dall'antico caos disgustevole d'errori, di contradizioni, di contrasti, che ci ha finora in tanti modi tribolati ed oppressi.
Ogni qual volta l'umanit spinge decisamente un passo innanzi sull'arcana e progressiva via che percorre; accade la ripetizione di un fenomeno; di questo cio, che gli uomini tuttavia pressentendo la indeclinabile imminenza di un generale e radicale cangiamento nei tempi, pure come convulsi, e stralunati si attaccano disperatamente ai principj ed alle massime del passato il quale cos perdura tentennando buona pezza prima di sparire affatto dal mondo.
Ma agl'occhi di un intelligente osservatore della natura e della storia, nulla d'inesplicabile ha un tal fenomeno, o di straordinario.
Di fatti, agli occhi di un uomo volgare ed incaponito nella miserabile cerchia delle sue simpatie ed antipatie, l'ultimo stadio del passato confinante col presente, sta quasi come un che di diffinitivo ed assoluto, come il complemento, l'apice della storia.
Per accertarsi e misurare il movimento del globo terraqueo fu d'uopo in pria studiare le forze astronomiche, e le leggi che le governano, e quelle dello spazio.
A ben pochi  dato scoprire il limite del tempo presente, ed a traverso alla farragine delle idee ed assiomi correnti slanciarsi ad afferrare la origine prima della eterna vitalit, ed al solo sguardo aquilino d'un genio superiore e concesso rintracciar fra le nebbie; e sentire il palpito sotto al quale germina tacito il latente avvenire. Ecco, o amici miei! eccovi dinanzi l'alba del nuovo giorno umanitario che si leva sul nostro orizzonte. Osservate, egli da bel principio non si appalesa che a poche isolate individualit, e come un vago presentimento, una ineffabile emozione un desio invincibile, un disgusto, uno spregio, per gl'idoli del passato i cui sparsi rottami i cui crollanti edifizj ingombrano ancor tuttavia la strada al presente che procede innanzi spinto da un'arcana forza.
Piccola e transitoria goccia qual , lo spirito di chi scrive queste pagine forse nasce da quella immensa sorgente d'eterna vitalit, che balza sotto alla scorza dell'attualit nostra.
E ben pu darsi che questi pensieri sulla morte e l'immortalit sieno altrettante scintille, che pel trmite del presente giungono al vasto opificio della forza arcana e creatrice.
S'egli  vero (come lo ) che un novello spirito animer il cuore e la mente umana finora cotanto zeppe di vanit certo che l'uomo non star pi a cullarsi nelle antiche fantasticherie d'un paradiso d'oltre tomba, come fanno i musulmani, ed inebbriarsi nel godimento immaginario d'una personale immortalit, tutta metafisica, ed iperfisica ma invece egli dovr pensar davvero, e pensar da saggio alla Morte.
Allorch egli avr seriamente meditato sulla durata della sua vita, e sulla sua individuale mortalit, ben tosto andr a cercare il principio il movente dell'attivit sua altrove anzich nella trascendentale credenza alla sua personale Immortalit.
Quando l'uomo si sar infine persuaso che la sua morte, non  gi una cosa di sola apparenza e dimezzata nei suoi effetti; ma una morte (ci si passi l'espressione) veramente mortale, allora s che egli trover il coraggio, e la forza per ricominciare sulla Terra un'altra Vita; o meglio la Vita presa in altro modo, e di conseguenza sentir irresistibile il bisogno di tener conto di ci che  realmente vero, realmente essenziale, e quindi realmente infinito. Oh! amici miei! persuadetevi una volta della piena realt della vostra morte individuale, e cessate di negare la vostra morte personale e con questo v'incamminerete ad essere veramente religiosi e virtuosi, lo che importa essere devoti al bene ed alla salute dei vostri fratelli.
Quando la moderna Teologia parla di abnegazione non riesce in sostanza che ad un gioco di parole.
Ora non  permesso di giocare quando ci va di mezzo lo interesse della umanit, e siffatti giochi risultano quasi sempre pericolosi.
Il fedele ortodosso ordinario, non addiviene alla negazione di se stesso, che per trovarsi d'assai meglio affermato nel suo Dio, e ci che egli cerca in fondo all'abbisso senza limiti, o soprannaturale di questo si  appunto la perla preziosa del suo Me.
Guardate quel fanciullo che addenta a riprese e di tutta forza una noce a rischio di rompervi attorno i suoi denti. Voi spettatori di quei conati certo ne ammirereste la energia dove non vi fosse noto lo scopo di essi ma voi lo conoscete bene, e quindi consigliate quel fanciullo a non pi arrisicare la sua dentatura.
Or bene, eccovi l la immagine dei nostri odierni Teologi, dei nostri, Pietisti, Mistici, e Metodisti. Tutti costoro vi ripetono a saziet, cento frasi sulla loro nullit personale, abnegazione ed illimitata umilt e sulla loro morte nel Signore, e fra mille tribolazioni sfiancano la intelligenza loro, tribolazioni, artifiziali del tutto e svariate.
Ma analizzateli ben da presso, scrutateli bene, e vedrete infine, che lo scopo, recondito ed ultimo di tutte queste loro operazioni dolorose e pericolose, non  che il dolce nocciolo del loro proprio me del caro me, del me fatto immortale ad ogni costo.
Allorch vi parlano dei loro peccati, delle loro convinzioni ec. non si occupano che della propria loro personale essenza esclusivamente.
Un giovine di brutto viso che sta delle ore intiere innanzi allo specchio per rilevare con dispetto la sua diformit, non  (a creder nostro) meno vanitoso di quel bel giovine che fa lo stesso per compiacersi della sua bellezza ed  gi un chiaro segno di somma vanit, il parlar sempre della propria vanit(5).
Meglio che del loro Dio; quei mistici odierni ora citati trattano nella loro Religione della loro propria individuale immortalit, della ideata loro personale felicit, sicch per loro il Dio  una specie di Circolo il cui centro  il proprio Me... e sempre il Me.
 La Morte considerata dal punto di vista d'Etica, e Morale
L'alito d'amore si diffonde e penetra da per tutto l'Universo, e da un siffatto principio pu dedursi ogni fatto dell'Umanit sia pure individuale o complesso.
Una esistenza solitaria equivale al nulla, e la stessa parola esistere implica in se una svariatissima quantit di mutui rapporti, di reciproche comunicazioni.
Adunque tutto ci che esiste deve necessariamente trovarsi complicato in combinazioni innumerevoli con miriadi d'altre speciali esistenze.
Dire Nulla, Niente vale il dire isolamento ossia ci che  diametralmente opposto.
Ma, a parlare giusto, il Nulla non esiste gi come esistono i monti, gli alberi, gli animali; ma  una semplice negazione d'ogni esistenza.
L'Uomo ama e non pu fare a meno di amare; ma a seconda delle qualit della cosa amata l'amore risulta vario e diverso; sicch il valore di essa cosa  appunto la esatta misura della potenza dell'amore; E per vero noi non possiamo amare senza fare sacrifizio, o per cos dire, abbandonare una parte di noi stessi; e tanto pi grande ed intenso sar l'amor nostro quanto sar pi grande questa parte ora detta.
Chi potesse vivere senza punto amare condurrebbe una vita per dir cos bruta e semplice; ma tostocch si dispone ad amare cio a traslare fuori di s parte di s stesso, tosto la sua vita diviene Morale. E le tante forme e graduazioni dell'amore, della divozione, dell'amicizia, della simpatia ec. tutte per distintivo loro proprio carattere, portano l'abnegazione che noi facciamo pi o meno, del nostro Me egoistico; il valore poi, o meglio, la importanza che noi leghiamo alla cosa amata, determina la intensit o grado dell'affetto nostro.
Ed infatti il Me con un mal consigliato e mal diretto amore pu bene abbandonarsi a cosa ad oggetto che non pu assorbirlo per intiero; n quindi appagarlo a pieno; cos p. e. l'ambizione, l'avarizia sono abberrazioni anzi malattie dello spirito, pericolosissime appunto per questo, che per esso l'Uomo consuma gran parte di se stesso per cose che valendo assai meno di lui non possono appieno contentarlo quindi in lui un malessere uno stato patologico dell'animo; il desio non soddisfatto, il disinganno.
E per contrario, se l'Uomo si dona per amore cio dona il suo cuore ad un oggetto a lui superiore per sua natura, egli in tal caso donando se stesso, si emancipa si affranca; ed anzich perdere ritrova se medesimo, e lo ritrova pi abbellito e migliorato d'assai.
La Natura poi dalla sua parie, che non prende norma dalle volont nostre ma si governa a suo proprio talento, la Natura in quel modo stesso con cui noi siamo fatalmente spinti a sacrificare il nostro Me il nostro Egoismo, colla morale colla meditazione, colla Religiosit vera e filosofica essa pure fatalmente  spinta all'abnegazione della Morte cio a produrre e perpetuare la Morte nelle sue opere individualizzate.
Se l'Uomo da altra volont non fosse governato che dalla sua propria individuale egli si concentrerebbe talmente in se stesso che renderebbe impossibile ogni suo rapporto colle altre individualit, ed altres ogni atto di abnegazione. Noi saremmo tutti come colle braccia monche senza quindi potere abbracciarci ad oggetto alcuno ed ogni legame tra individui ed individui sarebbe del tutto infranto.
Ora la facolt che ci  concessa di sacrificar noi medesimi, di fare abnegazione di noi stessi a pr di un altro oggetto; questa nobilissima facolt ritenendola noi, ed intendendola col nome di Volont dell'Universo o meglio volont non individuale ma universa; io dico che con ci noi abbiamo fatto un gran passo innanzi nella razionale intuizione della Vita in generale cos avviandoci meglio a conoscere la connessione che sta tra il Me, l'individuo, e la immensa Natura che in se l'avvolge.
E cos intima  la relazione che passa tra la natura, e la volont individuale che alla negazione contingente nella sfera della umanit, risponde la negazione che accade nella universa natura, o a spiegarci meglio, infra la negazione Me cio l'Amore, e la negazione della natura cio la morte, corre una grande analogia.
Questo argomento  pi razionale che speculativo e sviluppandolo pi largamente, verr del tutto intelligibile.
Ed anzi tutto posiamo questi due dati
UOMO ------:------ NATURA
Dove non esistesse la Morte, l'Amore non sarebbe perfetto, e ci che nell'Uomo  libera azione deve stare nella Natura come una necessit, e ci importa che a lato alla negazione spirituale del Me o dell'Egoismo cio a lato all'Amore, deve di necessit trovarsi la negazione materiale ossia la Morte.
Ecco la correlazione tra questa e quello Amor et Mors sollenni parole!! e nelle quali una strana coincidenza dovea eziandio porre una somiglianza di sillabe.
Voi amate. Ci importa che voi riconoscete la insufficienza, nullit del vostro Egoismo, e ricercate nella cosa amata il complemento della vostra esistenza. Ora fintantocch noi amiamo, noi viviamo nella negazione di noi medesimi, e nell'affermazione d'un altro nostro Me, la cosa amata.
Cos la nostra morte materiale non  insomma che il nostro amore, la nostra negazione manifestata in una forma speciale. Adunque pu asserirsi con ragione che la idea della Morte e quella dell'Amore sono in sostanza identiche fra di loro.
Noi come uomini non esistiamo non viviamo che nell'Amore e per l'Amore e da ci conseguita, che tutta la nostra vita,  una catena non interrotta d'affezioni e d'Amore; ed allorch rotta in un punto ecco riapparire il nostro Egoismo vuoto ed astratto; ecco il nostro morire.
Pertanto, la morte  la manifestazione del nostro me, in quanto la Filosofia lo considera e chiama l'essere di per se stesso, dappoicch come viene a spezzarsi la serie degli objetti che formavano il fondo lo scopo, della sua esistenza, egli, il Me, si ripiega in se stesso, cio nel suo pi concentrato Egoismo. Ma qui notate come questo Egoismo appena concentrato in se ossia resosi isolato, egli si muore o per dir meglio, si annulla, si dona; sicch di conseguenza la Morte,  al tempo stesso la manifestazione dell'Amore e dello Egoismo.
Ora vediamo cosa deriva da tutto ci in fatto di Morale, e per morale intendiamo noi qui, il sistema, la norma, il movente, della nostra attivit politica e sociale.
Ebbene, intesa in tal senso, la morale nostra  non soltanto meschina ed insufficiente; ma eziandio indegna e corrotta; basandosi come ella fa sopra credenze che falsano la idea della essenza medesima della Morte.
Dove noi non consideriamo la Morte come una entit, un fenomeno della volont universale della Natura, noi certo ci rivolteremo sempre contro di essa Morte facendo con ci opera tanto falsa in Logica quanto inutile nella pratica. Mal conoscendo la indole vera della Morte, e spaventati dalle quotidiane sue stragi, noi ci gettiamo fanciullescamente in braccio alle illusioni di una seconda esistenza oltre la tomba, di una individuale immortalit quasi a compenso a contrapeso della Morte medesima.
A farci vincitori della morte e liberi di essa (e ci si pu da noi) uopo  penetrarsi bene di ci che ella  in realt; non basta quindi il sapere guardarla in faccia intrepidi ma bisogna per cos dire ricercarla entro il suo cuore stesso. Il vero filosofo trionfa di essa considerandola come un atto libero, e morale; libero io qui dico in questo solo senso che ella sta in armonia col gran flusso e riflusso della vita universale.
Egli  a torlo, che noi imprechiamo tanto contro alla nostra Morte naturale che in sostanza altro non  se non la ultima espressione della nostra morte interiore, a poco presso come in un vegetale ha luogo continuamente uno svilupparsi di materie che egli col suo respirare, toglie, e rende alternativamente all'atmosfera. Noi portiamo la Morte entro noi stessi fin dal nostro primo concepimento nell'utero materno, sicch in noi non v'ha fibra, non malecola che non contenga in germe il morir nostro; Epper allorquando lo intiero nostro organismo si muore allora arriva la ultima manifestazione il complemento della Morte innata, e portata sempre entro di noi, durante questo lavorio, continuo organico alla volta e disorganizzatorc che chiamasi La Vita, o funzioni vitali, in cui materialmente si avvicendano, scissioni soluzioni, separazioni, ad ogni istante che passa.
La Morte non ci arriva gi da fuori quale uno scheletro gigantesco a Cavallo, ed armato di una grande falce come la immaginava e rappresentava il Medio-Evo, o qual si trova sui monumenti etruschi sotto la figura di un Genio con un martello in mano, e conducente il cavallo sul quale si assidono le anime dei trapassati; ma invece la Morte vera sorge dal profondo stesso del nostro individuo, dalla nostra propria essenza.
Or poich (siccome abbiamo spiegato) tutta la nostra vita organica  manifestazione d'Amore; male non ci apponiamo asserendo di conseguenza che la Morte  l'atto ultimo e supremo dell'Amore.
 Origine speculativa della Morte
Ci che noi intendiamo per ordinario colla parola Morte non  la vera morte la essenziale; E la morte temporale, materiale ne presuppone un'altra iperfisica soprannaturale; ora quest'ultima  appunto Dio.
Vediamone il come(6).
Quand'anche voi non abbiate abbastanza meditato sulla nozione di Dio, voi per lo meno non potete ignorare, che con questo nome s'intende, un che di assoluto, d'infinito, n potete accostarvi a siffatta idea senza prima rappresentarvi Dio spiritualmente, senza prima cancellare, negare di pianta ogni concetto di determinazione, circoscrizione restrinzione, entro le quali e colle quali esistono tutte le cose finite.
O in altri termini per arrivare al concetto dell'infinito e indefinito, voi dovete prima dimenticarvi tutte queste formule o figure fondamentali nella sfera delle cose mondiali; come p. e. questo, e quello, questo e quel modo, il presente, il passato e l'avvenire ec.
Voi quindi dimenticherete in pria tutte queste determinazioni, queste finalit che formano per cos dire altrettante linee geometriche, che sono siccome la base della riflessione objettiva.
E sol dopo tutto ci voi potete attingere al concetto dell'infinito e dello indefinito.
Ora a me pare che codesto procedure di negazione in negazione per giungere allo scopo anzidetto, non parte gi da noi ma dall'oggetto medesimo della nostra ricerca cio dallo Infinito.
Il quale essendo egli stesso la negazione delle rose finite, quindi noi nel ricercarlo non possiamo che imitare la grande negazione objettiva.
Cos l'infinito essendo egli stesso la negazione dell'infinito; ci  necessario negar questo per giungere alla nozione di quello. Il diffinitivo sparire d'un'oggetto reale; cio la Morte,  appunto un entrare nel regno dell'infinito; o meglio, la morte  la fine del finito.
La Morte fisica, o temporale pu bene paragonarsi ad un baleno che brillando in mezzo alle tenebre fa manifesta la nostra morte intrinseca, innata, extra temporale. Noi moriamo perch satolli della vita, perch la nostra esistenza ha gi assorbito tutto quanto erale dato assorbire col suo palpito vitale.
Se voi non conoscete Dio che come una personalit, avente al pari dell'Uomo coscenza di s, libert, e volont, voi pensate ben superficialmente di esso. Questo Dio personale per quanto lo si voglia presentare siccome il prototipo delle perfezioni ideali non  in sostanza che la copia, il riflesso del nostro Me individuo e personale una specie di superficie, senza profondit di sorta.
Allorch in nome di un sistema filosofico gi avvizzito ci si viene dicendo, che tutto quanto esiste ora nella nostra intelligenza, preesisteva gi prima nei nostri sensi si fa una specie di formale distinzione tra il contenuto fisico e l'intellettuale. Ora al modo medesimo nel caso ora detto del Dio personale, non si fa che una distinzione semplicemente di forma tra ci che  in Dio e ci che  nell'Uomo. Una distinzione di formalit o quantitativa differisce radicalmente da una distinzione qualitativa mentre in quella non si tratta che di differenza di numero o di grado nelle cose possedute e formanti i caratteri proprj di chi lo possiede, ed in questa invece non  gi quistione di numero o di grado ma di essenza. E cos il succennato Dio personale non avrebbe in sostanza che le stesse qualit caratteristiche, e le facult umane solamente per in grado superlativo eminentissimo. Vero  che allorquando spinta al suo apogeo la differenza quantitativa diventa in certo modo qualitativa; ma non  meno vero per questo, che le circoscrizioni fondamentali, le linee di demarcazione sono identiche fra la nozione della personalit di Dio e quella della personalit umana.
Inesattezza ed insufficienza analoga noi rileviamo nel modo col quale comunemente si  soliti considerare la Morte, tenendosi questa, (per come si fa) quale un fuor d'opera una sventurata contingenza, piovuta a nostro malanno non si sa proprio da dove e perch; o non gi come una cosa intrinseca e del tutto inerente alla nostra essenza medesima, una negazione in noi interna ed innata, e cos  che gli uomini si arrestano mestamente a contemplare le apparenze della Morte senza sapere leggere in fondo alla radice di essa.
Allorch si accenna di Dio come di una personalit assoluta che distinta dalla natura conosce se stessa, non lo si determina come Spirito, dappoich la semplice astratta personalit non si comprende nemmeno come spirito, ed allorquando noi diciamo che Dio ama che  l'Amore stesso, noi arricchiamo di qualche cosa quella pura e secca personalit, e ne facciamo un'Anima uno Spirito. Presa nel suo stretto e rigoroso senso; la pura personalit non  capace di Amore e non pu che scindere e dividere, cio odiare, perch in sostanza non  che Egoismo. L'Amore per contrario  legame, comunione armonica, ed allorch noi amiamo noi facciamo per la nostra esclusiva personalit; ma bens per la essenza nostra che  altres l'altrui essenza e che per tal guisa stabilisce un legame consustanziale tra noi ed il nostro simile umano. 
Dunque se noi amiamo ci avviene in conseguenza di questo, che noi siamo qualche cosa di migliore, di pi possente di pi fecondo che la sola astratta personalit, e sar nel vero il dire che l'Amore  la fusione della personalit e della essenza.
Essenza importa Unit, e Personalit importa scissione di essa Unit.
Ora appunto dallo insieme, o meglio, dalla fusione della Essenza colla Personalit risulta ci che dicesi Amore.
"Chi ha sentito Amore ha sentito tutto intiero l'Universo."
Cos dissero alcuni Mistici al Medio Evo.
E ben dissero, e noi aggiungiamo la tesi seguente, cio:
"Allorch dialetticamente si  conosciuto l'Amore, pu dirsi aversi compreso il Tutto." Cos comprendesi pure la Morte e Dio del quale quella  la conseguenza.
Ma cosa  l'Amore?
Amore  una fiamma conservatrice ad un tempo e distruggitrice della nostra esistenza personale, sicch egli  affermazione e negazione al tempo stesso.
Egli produce, consuma, crea, ed annulla, d la vita e la toglie, e sotto la forma di una stessa vita e vivere e morire.
Metafisicamente parlando, amare vale interessarsi, indirizzarsi ad un oggetto, desiarne il possesso, o l'allontanamelo, la sua esistenza o il suo annientamento. Amare vale adunque essere esistere. E noi non esistiamo che amando ed allora la nostra esistenza si realizza davvero allorch si dona ad altri. Ora questa appunto la disposizione della nostra esistenza personale ed esclusiva, e quindi l'Amore  la negazione l'Antitesi dell'Egoismo.
Senza il possesso della cosa amata esiste un vuoto nella nostra esistenza, ed Amore  alla volta la fonte della nostra gioja e del nostro dolore; e cosa  mai la gioja se non la percezione dell'esser nostro, il sentimento della nostra esistenza?
La gioja dunque  affermazione mentre il dolore  negazione, o meglio la percezione della nostra non esistenza, della nostra distruzione, ed il dolore al suo colmo produce la morte fisica. Segue da tutto questo che l'Amore  causa al tempo stesso, e della nostra vita e della morte nostra. Ma riflettendo noi sulla personalit di Dio, non possiamo attribuirgli l'Amore senza arrecare una grande modificazione alla nozion di personalit pura, e semplice.
Per emetter noi questa sentenza "Dio  Amore" dobbiamo accordargli l'essenza o sostanza, cio qualche cosa di pi che la pura personalit, sicch bisogna comprendere Dio come essere ad un tempo subjettivo ed objettivo, cio come un essere assoluto. Bisogna quindi che egli sia non soltanto un Me un essere subjettivo al par di noi: ma che simultaneamente egli sia un non me, un non subjettivo, di tal che egli sia e l'origine e la fine d'ogni cosa, epper l'origine e la fine della nostra esistenza personale.
 Quindi Dio,  la Morte e la Morte  Dio.
Tutti gli esseri, tutti gli oggetti, che distinti da noi riassumiamo nella categoria degli objetti, o meglio della Natura, tutti senza eccezione, formano tanti punti di negazione, di restrinzione, di limitazione alla nostra personalit. E la individualit nostra non estendendosi al di l di essi ne viene che ognun di loro ci rammenta continuamente, il limite la fine di questa individualit, cio la Morte nostra materiale. E per vero senza che occorra andare a passeggiar nei cimiteri per meditar sopra di essa, ogni urto anche minimo ogni pressione qualunque prodotta sopra di noi dagli oggetti esterni  per noi un novello memento mori.
Ora Dio, essendo inteso come il Dio non soltanto del Me, del subjetto; ma eziandio come quello della objettivit in generale e della Natura tutta ne risulta che Dio  il limite la fine della nostra individualit ossia la nostra Morte precisamente come egli  l'origine della nostra esistenza.
Presentiamo in altro modo l'argomento medesimo.
Tutti gli oggetti sono in Dio, o meglio, provengono da lui, quindi anche i limiti la fine della individualit nostra provengono da lui: ma tutto lo insieme di questi limiti di luogo e di tempo compone ci che dicesi la nostra morte quindi questa anch'essa proviene da Dio.
Superfluo sarebbe qui il voler dimostrare che questi limiti della individualit nostra, sono non solo esterni ma eziandio interni ed immanenti ed inerenti al nostro organismo individuale, e che questi interni limiti sono objettivamente rappresentati dagli oggetti che ci circondano. La Natura ossia l'objettivit presa nel suo totale  limite alla nostra subjettivit. E cos Dio che  la causa della Natura lo  altres della nostra morte.
Ora qui osservate strano procedimento!
Gli uomini non vogliono intenderla del morire veramente in Dio; ma si ostinano a voler prolungata la personale loro esistenza anche oltre la tomba estendendola all'infinito, in una durata indefinita, eterna, in luogo indefinito. E cos all'astro consistente e solido della nostra terrestre esistenza, noi appicchiamo una coda crinita ed ondeggiante quale di una Cometa e non vogliamo persuaderci che tutto ci  una illusione, una fantasia, una nebbia che male si addice il volerla mescolata di forza colla nostra terrena esistenza. Noi aspiriamo a rappresentarci immagine, e copia d'una vita fantastica, oltremondana, e l'originale vero di essa lo abbiamo tuttod fra le mani nella nostra vita attuale. Noi confondiamo il lume di Luna con quello solare, la essenza con l'apparenza anteponendo la fantasia alla Ragione dialettica scientifica.
 Oh! antico ellenico eroe Pelide Achille! tu ben ti apponevi al vero nella tua semi barbara semplicit allorch dirigendo lamentevole la parola ad Ulisse l nel regno delle ombre cos esclamavi.
"Io vorrei meglio essere il servo di un villano sulla terra anzich il sovrano in questo regno della Morte."
Oh! grande Achille! Oh! quanto diverso da quello dei nostri soprannaturalisti era il tuo modo di comprendere e di giudicare!!
 La Origine fisica della Morte
Poich la Essenza e la Esistenza sono correlative e si rispondono a vicenda, e poich la essenza infinita  eterna, come limitata  l'essenza finita, ne segue che una personalit qualunque non pu esser che limitata. Noi siamo persone quindi noi morremo e non ritorneremo pi n in questo mondo n altrove. Dicendo limite di una personalit abbiam detto Morte, e tutto ci va inteso sul sodo e dialetticamente, e non  da sofisticarvi sopra con giochi di parole.
Ma voi non volete rassegnarvi a tal sorte e volete essere immortali; il vostro Me rifugge dallo spoglio della esistenza.
Ora qui attenti bene alle considerazioni che seguono.
Voi siete individualit personale appunto perch separato e differente dargli altri vostri simili; questa differenza  cosa tutta propria vostra n voi potete sbarazzarvene senza che la vostra personale esistenza cessi di esistere. E dessa cesserebbe di essere se questa linea di demarcazione, se questa separazione tra la vostra individualit e quella di un altro non avesse pi luogo. E come p: e: se voi togliete ad un Aquila ad un Corvo tutte le qualit e forme speciali che li caratterizzano in modo cos distinto; voi avrete distrutto, ridotto al nulla questi due volatili.
Ed, applicando all'Uomo siffatta Teorica se voi lo disindividualizzate, voi lo annullale. Ora la Morte disindividualizzando l'Uomo perci appunto lo spinge nel nulla, n a questo nulla vi  permesso di dare altra significazione che quella diretta e naturale.
Essere individuo ed essere senziente  tutt'uno n v'ha altro modo di aver certezza della propria esistenza che per mezzo della percezione delle diverse impressioni.
Tra la sensazione ed il tempo impossibile  la separazione e se noi cancelliamo il momento dell'attualit cancelliamo ad un tempo ogni sensazione, la quale in noi non si prova che nel tempo e per mezzo del tempo, nel momento e per mezzo di esso.
Il tempo ci si rappresenta comunemente come una linea retta senza interruzione senza fine. E sia pure: ma ognuno dei punti innumerevoli che formano questa sterminata catena ben possiamo figurarcelo siccome una goccia aquea che si configura a piccolo globetto distaccatesi dalla sequenza degli altri della catena, che va per sempre per la sua via senza n precipitazione n remora di sorta.
Ora si dice che noi sentiamo allora soltanto che, per cos dire, distacchiamo dalla perpetua corrente passato ed avvenire, il piccolo globetto la perla fuggitiva e rinascente del momento d'attualit concentrando in essa tutta la portata dell'essere nostro.
Altro non  dato a noi di sentire che ci che  preciso e limitato; ma eziandio in questo ristretto confine siamo noi tutti intieri con tutta la nostra Esistenza, ed individualit. Ed il nostro Me racchiudendosi tutto quanto nella sensazione del momento, la individualit nostra diviene per cos dire momentanea anche essa, e tuttavia ella vi si trova nella sua totalit, poich percependo noi una speciale sensazione concentriamo tutta la nostra individualit, nella medesima sensazione. Come dal concentramento dei raggi solari in un sol punto si sprigiona il fuoco cos per accender la fiamma della sensazion vitale, noi dobbiamo concentrare nel palpito del momento il nostro essere, la nostra esistenza tutta intiera. Da qui la necessit pel godimento di esser transitorio fuggitivo; e se fosse permanente cesserebbe ipsofatto, d'esser gioja, godimento.
Essenza d'ogni sensazione  d'essere peritura n ella pu esistere altro che l dove sono dei momenti, cio degli interstizj delle divisioni nel tempo, delle epoche ognuna delle quali di per s ben distinta dalle precedenti e susseguenti.
Voi nel rendervi ragione d'una vita di oltre tomba la caratterizzate con questo che in essa non sar pi caso n di epoche n di momenti, quindi nemmeno di sensazioni nemmeno d'individualit.
Se voi siete adesso l'individuo A, o B voi lo siete colla indeclinabile condizione di esserlo nel tempo e nello spazio, cio per un tempo limitato. Riesce dunque assurdo impossibile lo attribuire allo individuo umano in un altro mondo, una felicit perpetua, una sensazione mai interrotta, una esistenza individuale d'eternit in eternit.
Nol potete senza abdicare alla luce della Ragione; e senza cacciarvi di proposito in braccio alla sfrenata fantasia, alla eccentrica immaginativa, che pur troppo  sempre la grande Taumaturga nel mondo nostro.
La persona individuale non  soltanto temporale ma altres locale, cosicch gl'individui esistono l'uno accanto dell'altro mentre per contro le astrazioni ossia le non individualit come p. e. la Ragione, la Scienza la Coscenza hanno il privilegio di potere esistere senza localit senza spazio.
Ora ammettendosi un'altra vita dove ognun di noi tornerebbe a mostrarsi nella sua individualit personale; conseguita che voi sarete forzato a trasportare altrove queste agglomerazioni di vita attuale e distinte fra loro; sia nella profondit dello spazio, sia nell'alto dei cieli, non importa il dove, e cos eccovi ricomparire una bella copia della vita attuale.
Avrete un bel difenderla, purgarla della materialit della vita terrestre, sar sempre in effetto una copia di questa nostra vita, ingrandita, abbellita quanto volete ma sempre essa in sostanza, n altra sapreste immaginarne che alla medesima non somigliasse.
Ma lo stare nello spazio nella localit  cosa propria del tutto di noi esseri viventi qui in terra, or poich voi ammettete una localit per l'altro Mondo per l'altra vita, ne deriva per conseguenza inevitabile, che la vita oltre la tomba ha questa singolarit di essere come questa nostra terrestre(7).
E, per vero, esistere individualmente significa esistere nel tempo e nello spazio; ora dando voi la individualit agli uomini eziandio oltre la tomba venite ad ammettere che una cosiffatta vita immortale sta nel tempo e nello spazio, e cos avendo applicato a codesta vita oltre mondo alcune qualit di questa nostra attuale, non si vede il perch non abbia a possedere anche tutte le altre della stessa. Ed allora, ripetiamo, la pretesa altra vita non sarebbe che una seconda edizione, emendata ampliata quanto vi piace; ma sempre una ripetizione di questa vita terrena.
Poich dunque l'altra vita si aggira in sostanza sul tipo della nostra attuale risultava logico in certo modo lo spedire le anime dei trapassati ad abitare negli astri. Segnatamente ai versi di certi speciosi credenti nel paradiso celestiale, e nello Schial, o Had, cupo impero nelle viscere della terra, e con ci si avrebbe almeno questo vantaggio di una legale distanza tra la vita terrestre, e la celestiale, oltre a che le miriadi sideree che da per tutto circondano il nostro pianeta sembrano localit destinate a ricevere esseri organici al par di noi.
Qui non saranno inutili alcune osservazioni sopra questo speciale argomento.
Si  ripetuto a saziet che l'uomo  una specie di Micro-Cosmo. Or bene, in esso, la natura che  ricchissima quando si tratta di variare, di differenziare, di multiplicare, ha posto una quantit di gruppi, di sistemi e d'organi diversi, e tutta questa complicazione insomma non fa che un solo uomo uno e non pi. Certo voi non direte che tutto ci sia cosa inutile e trista, n ci domanderete perch un occhio solo, un dente solo, non sia gi un individuo di per se esistente. Aggiungete che rispetto all'anima immateriale il nostro corpo  una immensit poich quella non occupando spazio alcuno potrebbe a tutt'agio stare nel pi piccolo tubercolo dei vostri capelli come per tutto altrove. Le ossa vostre i vostri muscoli sono talmente distanti dall'anima spirituale che nol sono dalla nostra terra pianeta i pianeti Giove e Saturno, giacch tra lo spirito e la materia l'abisso che si frappone  incommensorabile, quello della differenza di qualit sostanziale, sicch a buon dritto le ossa vostre potrebbero reclamare una popolazione d'esseri organizzati entro di loro al pari di Saturno e di Giove.
Affascinati dal silenzio ed imponente spettacolo che in una notte serena ci presenta la immensa vlta del ciclo tutta tempestata d'innumerevoli e scintillanti globi siderei noi siamo naturalmente indotti a supporli tutti popolati d'esseri organici e pensanti sul tipo nostrano; ma pare che siamo stati un po' troppo facili a fare dell'Antropologia in questo particolare argomento.
Siamo ben lungi dal negar la possibilit anzi la probabilit della esistenza negli astri di esseri organici e pensanti al par di noi segnatamente nei pianeti come Urano, Giove, Saturno, ec. ma non dobbiamo seguitare i teologi razionalisti che assegnano abitanti obbligatorj in ogni astro.
Osservando il nostro pianeta noi dobbiamo notare in esso non pochi spazj deserti intieramente, non poche esistenze di cose del tutto inutili, e mancanti di scopo e sarebbe bene il correggere alcune pregiudicate opinioni in siffatto argomento. Dappoicch colle idee ordinarie in proposito noi pur troppo ci sentiamo spinti e decisivo disgusto ed avversione per l'Universo e la Natura, ed a rimproverare questa ben soventi d'essersi smarrita nel suo operare e di lasciar qua e l delle lacune inescusabili che ella avrebbe potuto convenientemente ricolmare. Che se mi domandate perch stanno nello spazio tanti globi celesti se su di essi non si trova sviluppata come sopra la nostra terra la vita organica io risponder con questa altra domanda.
Perch mai esiste ella la sostanza generale, la natura, lo spazio, la materia?
Il vostro Dio avrebbe potuto benissimo fondere tutto l'universo in un solo globuletto, e tutta l'umanit in solo uomo e questi per certo ne sarebbe risultato pi perfetto e completo. Or perch ha egli fatto diversamente? Or bene guardiamoci d'attorno e vedremo il tutto, o quasi il tutto patitamente incompleto vacillante, e vacuo in molti sue parti, e come perforato qu e l da pori e lacune profonde. E ditemi ancora perch in un solo tuono musicale tolto dalla connessione con altri ed isolato non sta essa tutta un'armonia completa, tutto un concetto ben regolato? E per vero in quel semplice tuono isolato ci  per lo meno tanto vuoto quanto ne presenta la immagine di un astro diserto, e muto.
Col soltanto dove non  inteso siccome un fatto psicologico pu dirsi chimerico il tanto celebre orrore del vuoto presso gli antichi.
Di fatti il nostro spirito ha un orrore un disgusto ben pronunziato per tutto ci che  vuoto di senso, che  falso, inutile e bugiardo: ma questa tesi non  per nulla applicabile nella sfera delle cose materiali e nel dominio dei sensi.
Cosa strana! il tanto noto horror vacui ci colpisce precisamente col appunto dove egli non esiste, e noi facciamo gran caso della desolante solitudine che ci appare dominante sulla superficie di qualche pianeta: Ma tutto questo  un gioco della nostra sensibilit immaginativa spinta dai sensi nostri, e che in faccia allo spettacolo delle immensit astronomiche rimane come interdetta dallo stupore(8).
Un semplice suono musicale  certo un che d'incompleto ma contiene come in germe tutto un concerto; eppure voi non vi scandalizzate del suo vuoto.
Ecco innanzi a voi un albero che tutta spiega la pompa dei suoi rami e delle sue foglie. A che tutto questo lusso e variet? La natura avrebbe potuto circoscriverlo nel suo germe ideale, nella idea pura e semplice e sarebbe stato pi conciso e sbrigativo, eppure ha fatto diversamente.
L'idea la sola idea sarebbe stata a poco presso lo Zero; e per verit il Teologismo dovrebbe esser contento dello Zero poich in esso nulla  d'incompleto nulla di superfluo.
Ma allorquando dalle astrazioni voi ritornate nella sfera delle realt, le cose cangiano d'aspetto e vi trovate dinanzi, serie diverse di oggetti, di gruppi con situazioni speciali e graduazioni, nella condizione di esistenza degli esseri tutti. E l'embrione di un Uomo che pure  ancora tanto dissimile dall'Uomo stesso arieggia non poco di un Astro che nello stadio di suo perfezionamento non  ancora al punto d'essere un pianeta gi al completo e capace di ricettare esseri organici pensanti(9).
Voi dite che la Natura mirando sopratutto a produrre non pot lasciare degli spazj deserti, e che per la indole sua stessa  come forzata a popolarli, e diversamente operando smentirebbe in certo modo la sua propria missione. E sia pure lo concediamo, ma non si dimentichi d'altra parte che se essa ama a produrre, ama altres a distruggere, e ben soventi, il sorgere, il nascere di un oggetto, di un individuo, seguita da presso la morte di un altro che simultaneamente sparisce dal mondo. Insieme allo istinto della conservazione la natura ha quello della distruzione, e bene spesso si fa di questa uno strumento di conservazione e riproduzione come la scienza ci dimostra.
Se la natura fosse esclusivamente amante della vita certo non avrebbe riunito sopra uno stesso pianeta (come p. e. sul nostro) una quantit di esseri organici vegetali ed animali soprattutto, i quali non vivono che distruggendosi necessariamente fra loro, ed avrebbe invece situato in un astro tutti quelli della specie medesima o per lo meno analoga, e le altre in altri astri. O se vi piace altra ipotesi immaginate altro sistema in grazia del quale tutti gli esseri organici non si nutrissero che di materie inorganiche, e cos non poche stragi sarebbero scomparse dalla faccia della terra. Al pari della morte di un uomo di merito eminente; perfin la morte del pi piccolo vegetale non che animale  gi un guasto una breccia praticata in quello insieme animato che voi chiamate unit, continuit, della universa natura vitale.
Considerando noi il nostro pianeta come un insieme una totalit vivente, lo troviamo squarciato traforato per ogni dove dal principio di distruzione; sicch ogni morte parziale pu bene dirsi una maglia infranta nella grande tela della vita planetaria.
Ad evitar tanto danno, ad udir taluni, avrebbesi dovuto aggiustar le cose in modo che ogni essere organico appena finita la sua carriera vitale sopra un Pianeta subito la ricominciasse in un altro, sul tipo e forma identica colla prima, di tal che tutti questi periodi vitali non diversificassero che di localit solamente ma in sostanza fossero la cosa medesima, o meglio che l'Universo si adagiasse in una completa immobilit.
Ogni cambiamento infatti consta di una parziale distruzione, ed allorch l'individuo A.  divenuto l'individuo B.  gi scomparso l'A. lasciando una lacuna dietro di se ed ha cessato di essere A.
Ora tutta la vita non essendo che un perenne cangiamento, inarrestabile, ne segue di necessit che standosi a quelle gratuite supposizioni ora dette, quella morte che voi tanto odiate non esisterebbe pi,  vero, ma a condizione che la vita stessa neppure esistesse. Ed in fatti dove non  esistenza ivi non  nemmeno Morte. Tutto ci che esiste, esiste dentro a certi limiti, sicch limite determinazione, ed esistenza si toccano, e solo illimitato  il nulla(10). E gli esempi comprovanti questo asserto sono tanto numerosi quanto lo sono gli oggetti tutti esistenti, in natura.
Arma e baluardo unico contro al nulla  sola la limitazione dietro alla quale pu dirsi che si  trincerata la esistenza.
N il limite  ci soltanto che circonscrive esternamente un oggetto: ma egli ne  il centro stesso ed il cuore. Un oggetto poi alla sua volta,  quello che , per ci solo che la materia che lo compone,  circoscritta, disposta, e determinata, in questo od in quel modo, e dessa di per se sarebbe indeterminata, e soltanto alla ignoranza  sembrato che la limitazione di un oggetto versi esclusivamente sull'apparente superficie di esso oggetto.
Allorch nelle parti elementari di un oggetto si cangiano le proporzioni e combinazioni fra loro o il modo di combinazioni, tosto il limite e la intrinseca determinazione cangia essa pure, e con essa tutto l'oggetto. Adunque la Vita, e la essenza delle cose tutte,  ad un tempo la misura, la legge, la figura, e la specie di esse. E notate che siffatta teorica di misura per la quale ogni oggetto  appunto ci che , non si applica soltanto ad una specialit di oggetti p. e. ai Chimici esclusivamente ma a lutti.
Cos, conchiudiamo, tutte le essenze e le esistenze d'ogni sorta d'oggetti vengono determinate dai loro intrinseci limiti, e sarebbe ormai tempo di smettere dal pedantismo ottuso, e materialista che regna tuttavia in fatto di scienze naturali.
Guardate questo pesce marino: ecco le materie chimiche che lo compongono sono fra di loro in tali esatte proporzioni che si direbbero pesate con grande precisione. Oltre a ci egli ha una forma speciale che lo distingue da tutti gli altri, e dessa altro non  che il limite fisico di questo essere organico, limite a germe intrinseco. E cos anche allo esterno egli si mostra ancora pi determinato e distinto pel suo modo speciale di muoversi, e di comportarsi lo che fa in maniera che non  quella usata dagli altri pesci di specie diversa. N basta ancora, egli non  possibile non  realizzabile che nell'acqua di mare, non gi in quella di fiume o di lago, n pu vivere e moltiplicarsi che in quella data temperatura a lui particolarmente opportuna.
Ci si permetta questo dettaglio di specificazione e ad un tempo lo asserire, che un ben marcato difetto di chiarezza di positivismo abbiam dovuto rilevare sul riguardo di questi fatti primitivi di osservazione coscenziosa.
Considerato siccome essere spirituale, l'Uomo si muove nella sfera della libert, dell'Etica, ci al pari degli altri uomini, sebbene una differenza sensibilissima passi fra uomo ed uomo, e fra tutti e ciascuno.
L'elemento costitutivo dell'Uomo considerato come essere morale,  la Libert dello agire, o meglio, la libera volont. Come elemento, come essenza, la volont e uguale fra gli uomini. Io voglio, voi volete, tutti vogliono: ma sebbene gli scopi di tutte queste volont sieno quasi sempre differenti, l'atto per della volont  identico in tutti. Ogni pesce vive e guizza nell'acqua ma ogni specie di essi sta in una specialit d'acqua la pi conveniente a se stessa.
E cos l'uomo, egli si agita e vive in questa sfera e centro generale detto volont ma in ogni uomo la volont assume una specialit d'indirizzo rispondente alla specialit del di lui carattere, ed appunto fra i limiti di questa speciale volont egli l'individuo, pensa agisce si muove gode e soffre. Fuori di essa, cade ogni sua potenza, e se per caso questa sua specialit di concetto, e maniera di vedere si cangia tosto la essenza stessa dello individuo cangia alla sua volta.
Ci  un limite necessario per la vita umana e dessa non pu n oltrepassarlo, n rimanerne al di qua, almeno nella sua normale carriera. E giusto come la trota non vive che in una specialit di acqua e la palma non vegeta che nella sua specialit di clima, cos la vita umana  specialmente associata alla condizione e fortuna del nostro Pianeta n potrebbe esistere altrove che in esso.
Sono sulla nostra terra diverse misure della vita, o meglio, diversi modi di vivere nelle diverse specie di vegetabili, ed animali, e nelle razze diverse del genere umano, e nelle diverse nazionalit, e nelle diverse epoche, ognuna ha una specialit di vita tutta sua propria ma tutte queste numerose specialit si compendiano infine in un che di generale che le abbraccia tutte alla volta ossia la natura nostra planetaria la specialit del nostro globo terrestre.
Ed  a rimarcare che la Terra nella sua speciale determinazione, abbonda in variet moltiplici, e contrasti ben rilevanti.
Se le condizioni fisiche del nostro pianeta non fossero idonee che per una specie sola, allora per la sua povert di risorse e come forzati da una specie di logica necessit noi saremmo indotti alla ipotesi di un altro Mondo: ma la cosa va ben'altrimenti e la natura organica e materiale,  sulla terra nostra, ricca, profonda, divisa e suddivisa in generi, specie, gruppi, e famiglie non poche, e tutte poi comprese nel genere universale, o planetario, o meglio nella natura speciale del nostro globo terraqueo.
Ora sopra Astri privi d'acqua e d'atmosfera non si sa comprendere come possa esistere una vitalit organica sul tipo della nostra.
Voi potete fantasticare di trovare un giorno nella Luna degli esseri viventi a membra cristalline ma la ragione vi dir sempre che questi sono sogni.
La vita una indivisibile quale la comprendiamo fra noi non si pu sparpagliare qua e l privata delle sue condizioni, inerenti ad essa, e per affermare il contrario dovreste in prima riuscire a conservare la vita, ad un Uomo, ad un animale cui si  tolto il cuore od il cervello.
N dite che mal mi appongo. In fatti voi volete degli esseri umani o almeno simili a loro nella Luna ed in altri Astri: ma la vita umana e la sua essenza  indivisibile inalterabile siccome il suo organismo. E gli abitanti della Luna non avrebbero nel corpo loro n aria atmosferica n principio aqueo di sorta cose indispensabili all'organismo come il cuore il cervello ec. sicch il privarli di quelli sarebbe come il privarli di questi.
Se l'apogeo il perfezionamento della vita nostra dovesse o potesse rinvenirsi in un'altra vita negli Astri; ne conseguiterebbe che qui fra noi n Filosofia n scienza alcuna potrebbe aver luogo. Ora noi non solo ci formiamo delle idee astratte ma anche un buon numero di nozioni importanti adorna la nostra mente: ma nella ipotesi di una seconda vita, la nostra mente sarebbe invece tutta ingombrala dalle figure di Saturno, e di Urano i quali rispetto a noi rimpiazzerebbero quaggi in certo modo, la Logica, le Matematiche, l'Astronomia.
N potrebbe essere diversamente giacch questi saturniani, o uraniani, si attraverserebbero tra noi e gli oggetti tutti turbandocene la prospettiva, e la conoscenza; giacch essi quali nostri predecessori nell'altro mondo, per questo appunto sarebbero pi analoghi con noi che le idee astratte; sarebbero anzi con noi pi che analoghi omologhi. E difatti le idee sono cose del tutto astratte mentre invece le figure dei saturniani sarebbero per met almeno fisiche, materiali. La essenza tutta della nostra immaginativa si esprimerebbe in quei ritratti in quelle figure, e tutto il nostro spirito quaggi non sarebbe che una specie di sogno la visione di un El-Dorado avvenire o meglio un'anticipazione di esso(11).
La immaginazione nostra  come un mare senza sponde: ma quanto pi la forza della ragione prende in noi maggiore sviluppo tanto meno il nostro spirito vagheggia delle escursioni sopra questo Oceano ricco di fantasie e di romanzesche avventure.
Adunque maggiore che fassi il dominio della Ragione penetrante e tranquilla e meglio si vede che la ipotesi di una seconda vita non regge di fronte alla sana ed imparziale Dialettica.
Voi avete un bello affaticarvi a fare delle astrazioni o estratti dell'Uomo e sua essenza, alto locandoli su di esso al posto d'individualit superiori, o di angeli, voi con ci non avrete che sbozzato degli arabeschi per adornarne l'abitazione dell'Anima; ed avrebbero la sorte di quei busti di quelle statue che stanno negli atrj dei grandi palagi senza che mai lo interno di questi venga ad aprirsi per loro. Dapoich qualora l'Uomo (senza escire da quella sfera d'aspirazioni che gli  concessa) s'innalza fino alla idea dello infinito attraverso alle sublimi regioni dello spirito, egli pu far questo senza avere ricorso ad individualit pretese superiori alla sua natura.
All'Uomo non  dato ascendere nel campo della ragione che elevandosi sul livello della propria esistenza e sulla portata dei sensi; e cos egli giunge alle idee astratte, alle generalit chiare alle sublimi nozioni del tutto, scevre dal dominio dei sensi fisici. Da ci siamo indotti a conchiudere che la terrestre esistenza dell'Uomo  per lui la totale ed unica esistenza, e che egli quindi non rivivr pi in alcun altro luogo.
Rimarcate altres, che il pensiero, la meditazione, la riflessione sono le pi sublimi facolt ed attivit cui pu giungere un essere organico, e tali che non vi sarebbe pervenuto di certo s'egli non avesse gi toccato a quanto di sviluppo e perfezionamento gli  concesso di toccare; nell'ordine di Natura.
Il Pensiero  il nec plus ultra di un essere, egli  l'estremo e pi elevato confine del suo speciale orizzonte,  l'altare che, come Alessandro Magno l'Uomo innalza sulle sponde di quel fiume dove si arresta diffinitivamente la sua marcia trionfale.
L'umano pensiero  la prova apodittica della perfezione della essenza umana, e dalla quale risulta che egli non pu varcare i confini dell'umano orizzonte, che cos rimane circonscritto sulla terra nostra n pu andare altrove fuori di questo pianeta.
La pi bella, la pi sublime, la pi grandiosa espressione propria della umana vita (n altra vita ammettiamo) si compendia nella Religione, Scienze e Belle Arti, ed in tutto questo sta la sola esistenza superiore alla esistenza fisica e fuggitiva dell'Uomo individuo.
Religione, Arti, Scienze ecco la sola vita sopravvivente alla nostra morte la sola che sia vera di tutte le pretese esistenze oltre tomba, e delle quali si  tanto parlato al mondo da secoli molti a questa parte.
Religione, Arti, Scienze; ecco i soli Angeli, i soli Genj superiori all'Uomo il quale (in certo modo soltanto) pu continuare la propria esistenza facendosi come assorbire, confondendosi in un con siffatti Genj benefici della umanit, e del mondo.
La ipotesi, che l'Uomo dopo la sua morte vada errando d'astro in astro,  del tutto sconveniente ad una intelligenza soda ed illuminata. Segnatamente per questo che ripugna alla intuizione che noi aver dobbiamo della Natura.
La Vita, e la Natura sono un gran Dramma serio, e senza intramezzi e non una commedia.
Secondo certi antichi principj scientifici pu dirsi che ci che non pu produrre la conoscenza di un oggetto non pu essere causa, n della essenza, n della esistenza del medesimo. Or, se voi comprendete Dio come un essere personale, come una figura antipanteista come il contrasto il pi pronunziato alla Substanza dello Spinoza; allora questo Dio non potendo essere la causa sufficiente per conoscere la Natura non potrebbe nemmeno essere causa della essenza ed esistenza di essa.
Onde possa dirsi di una cosa qualunque che essa ha della Storia occorre che in lei medesima risieda il principio, dei cambiamenti che in essa si fanno e per mezzo di essa, o meglio occorre che una perfetta unit, e costante; si trovi in essa in mezzo ai cangiamenti che subisce.
Cos p. e. un diamante che dalle mani di un mendico indiano va a terminare sulla corona di un principe d'Europa; questo diamante avr percorso assai di terre e di mari; ma non  certo in lui il principio del suo movimento.
Bene  altrimenti di un vegetale, di cui a ragion pu dirsi che ha una istoria a s, poich cangiando di forme,  pur sempre egli stesso la causa prima dei suoi cangiamenti.
I cambiamenti organici non sono gi una metamorfosi superficiale; ma invece la cosa che cangia entra in una novella fasi determinatrice di essenza e di nozioni ad ogni cangiamento. Adunque in questo sta lo elemento intrinseco della vita di un oggetto, e lo insieme di tutti i cangiamenti porge in compendio la vivente esistenza del medesimo, o meglio dicendo, quello possiede una storia in cui  egli stesso il principio motore dei suoi proprj cambiamenti; come quello che attinge la sua vita dal proprio interno dalla sua propria fonte. L'esistenza esteriore pu bene essere comunicata: ma la interna giammai, ossia giammai la Vita, e se la vita di un essere potesse venirgli da un che fuori di esso, allora questo essere esisterebbe prima di vivere. La Vita  lo insieme l'Unione della essenza colla esistenza, e vita non pu essere che l dove  assoluta identit.
Di tal che ogni essere nostro porta in se stesso la fonte, la base della propria esistenza cosicch vivere significa essere la causa della sua propria Essenza ed Esistenza.
Ecco un orologio che vi sta dinanzi, egli ha per sua essenza la facolt di additare le ore; ma ci non fa che per il movimento dei suoi interni congegni meccanici, e che non ha in esso orologio la sua sorgente ma bens nello spirito ed abilit del fabbricante.
Si pu quindi dire che l'orologio non ha storia di per se; ma  un prodotto della umana meccanica. La natura, invece,  sempre produttrice di se stessa e qui ha una storia sua propria. Cos parlando di noi.
Un uomo viene al mondo da due altri esseri naturali padre, e madre che l'hanno generato e che son quindi la causa di sua esistenza: ma non s tosto egli entra propriamente nella vita (dalla quale non si pu scompagnare la indipendenza) ecco che la causa di sua esistenza non  pi fuor di lui, ma in lui, ed eccolo divenuto una personale individualit basata esclusivamente sopra se stessa.
Allora la reminiscenza della sua infanzia gli torna qualche volta dolce al pensiero come una perla della prima sua aurora vitale; ma ormai entrato pienamente nella vita Normale-Naturale egli sentesi altiero d'appartenere alla Umanit in generale, alla origine comune di tutti gli uomini, pi che alla sua speciale personale che data dai suoi prossimi parenti.
La nostra vita individuale, non diviene propriamente vita, che allorquando discesa nel profondo di se stessa, forma di per se stessa la propria sua fonte.
Una vita, una esistenza, che ha fuori di se la sua origine  come un tessuto che per la sua struttura pu bene esser diviso in una quantit di fili; i quali a loro volta ponno essere attaccati ad altro objetto; cos p. e. l'orologio del quale test parlavamo.
Non cos la vita nostra individuale; Essa  una ed indivisibile; non  gi un tessuto un composto ma la unit inseparabile, la identit con se stessa,  immediata, primitiva  la causa ed origine di se stessa. Non si pu adunque attribuirle una causa a lei estrinseca, diversa, eccetto che mettendola di pari con una macchina con un tessuto nostrano.
Lo spirito  bene un elemento in natura egli  una forza che produce cose spirituali ed in modo spirituale. Come Volont, come Coscenza come Genio nelle Belle Arti, ecco come si manifesta lo spirituale elemento dell'Universo. Or perch al vostro Dio oltre la intelligenza e la volont non date eziandio del Genio, dello Spirito(12)?
Egli, per lo meno, dovrebbe figurare come un Genio superiore d'artista, che compie nello spazio le sue magnifiche creazioni, bene altrimenti che come farebbe un freddo economo calcolatore!!
Le grandiose opere di Genio, e d'Arte, portano seco stesse la causa loro; sicch possono dirsi animate, spirituali. Or bene; al pari del Dio della Natura, la Natura stessa non produce ella delle opere animate? O per dirla in altri termini, non crea dessa divinamente? ed il suo Dio, a sua volta, non crea egli naturalmente?
Ma se questo Dio  a se stesso la sua propria base e principio, la Natura altres  la sua propria base e principio; sicch ella esiste per necessit intrinseca, e non gi estrinseca a se medesima.
Piacciavi adunque considerare gli Astri da un punto di vista pi alto che quello del puro Utilismo, Meccanismo, Economismo considerarli, dico, nella loro essenziale natura storia, cangiamenti, vicissitudini, e forse allora opinerete che p. e. le Comete altro non sono che embrioni, formazioni, preparazioni di pianeti che a tempo debito saranno in condizioni pari agli altri ora esistenti pianeti.
Senza il suo corpo di carne e di ossa l'individuo umano  un bel nulla e disorganizzato quello, l'individuo sparisce dalla terra.
Ecco una verit ben triviale mi direte voi. Per osservate. L'Uomo, nel suo sfrenato desio d'essere immortale se si rassegna a privarsi un giorno di questo suo corpo attuale, lo fa soltanto a condizione di vestirne un altro per cos dire meno corporeo, pi etereo.
Alcuni in siffatta credenza stimano trovare un progresso materiale, che secondo essi procede di paro con un processo spirituale, morale: ma un solo ostacolo si oppone a codesta ipotesi progressista un solo ma assai forte. La Ragione.
In fatti, voi avete un bello fantasticare un corpo diafano, color di rosa, di luce, di etere, e fin composto di una delle pi sublimi armonie di Mozart, di Mayerber la Ragione vi risponder sempre che tutto ci  un sogno. Nonpertanto, e ad ogni costo voi volete un futuro organismo spiritualizzato, celeste, ideale? Or bene voi lo avete gi, ed  il vostro corpo attuale il vostro individuo. In esso  spirito e sono idee, dunque  spirituale egli sovrasta di gran lunga e tutti gli altri esseri organici della terra, dunque  superiore alle cose della Terra,  celeste. A far capo dal pi umile vegetale tutti i corpi organici terrestri cominciano la loro per dir cos risurrezione, sublimazione, collo elevarsi verso superiore regione come verso al Cielo; e traversando tutta l'ascendente catena del regno vegetale ed animale l'organismo, tocca al fine il suo vero apogeo nell'Uomo. In esso  un'anima, animus et anima, che vuole, che pensa che d al suo corpo e calore, e luce, un'anima che, per dir cos, lo rende trasparente, cio conosciuto a se medesimo, sicch il corpo umano  la pi nobile, e pi bella delle forme corporee.
L'altra vita, quella di oltre tomba, non  che la idealizzazione, l'apoteosi di questa vita terrena, ed  stata immaginata appunto perch la nostra imperdonabile accidia ed imprudenza ha lasciato, da secoli, marcire nel fango della ignoranza e dei vizj questa nostra vita sociale sulla terra.
Altres, il nostro corpo risorto, ed assunto al cielo, altro non , che la idealizzazione del nostro corpo attuale, ma questa idealizzazione, questo fantastico simulacro, non ha luogo che appunto perci, che noi abbiamo mal compreso (forse anche niente affatto compreso) il nostro organismo corporeo e psicologico, e sarebbe ormai tempo che una siffatta ignoranza e malinteso cessassero una bella volta e per sempre.
Osservate senza prevenzioni o pregiudizj il corpo organico vivente comparandolo ai sassi all'acqua ed anche a ci che s'intende per corporalit in generale: e diteci poi, se questo corpo vivente sia, o no un composto. Diteci, se davvero potete crederlo un aggregato di parti meccaniche. Se voi lo scomponete queste parti, egli subito si muore, comprovando con ci la sua individualit per cui bene venne detto individuo.
Sebbene distinti l'uno dall'altro, tutti i suoi membri sono uniti nello scopo loro, nella loro essenza, nella loro vita organica ed armonica, e lo sono di modo che ne risulta una sola attivit una vita sola. E cos le parti dell'organismo vivente essendo tutt'altro che pezzi quali si trovano nella materia bruta; tutto l'organismo nel suo insieme viene a risultare un che, il quale potrebbe dirsi materia immateriale, corpo incorporeo, e per convincervene voi non avete che a metterlo in confronto con un minerale ovvero con un corpo morto, e che fu gi corpo organico.
Ma, a sua volta, eziandio la Natura ha il suo Cielo il suo paradiso, e questo paradiso nel quale si idealizza e risuscita il corpo naturale dicesi la Vita e l'Anima animus et anima. Adunque la risurrezione voi dovete cercarla in questo mondo in questa terra, non gi in un mondo immaginario, iperfisico, extramundano che con ci sarebbe come volere rappresentare un Dramma teatrale dietro le quinte, invece d'in sul palco scenico. Che al tempo stesso il corpo organico sia pure della materia nissuno lo ha mai negato, difatti il cervello non  tendine, n il tendine  sangue, carne ec. lo che significa che nel corpo umano v'ha multiplicit e variet locale, composizione, combinazione impenetrabilit. Ma questa materialit, questa impenetrabilit, nissuno altres potr logicamente considerarla come la caratteristica distintiva dell'organismo; E se dei corpi organici altro non sapreste dirci se non che essi sono della materia, fareste meglio a dirne nulla, giacch con questo confondereste gli esseri organici cogli inorganici. La Materialit la Impenetrabilit dei corpi organici non ha rapporto alcuno colla essenza loro; ma  una determinazione, del tutto specialmente superficiale.
Allorch d'un'animale vivente si dice che egli  materia, o come dice la Chiesa che esso  polvere e vermi si confonde la cosa organica vivente colla morta, con un minerale, con un che, insomma, d'inorganico.
Ora, se a noi proprio non viene meno il bene dello intelletto, per certo dobbiamo riconoscere e considerare un oggetto dappresso ai segni pi spiccatamente caratteristici, che lo distinguono dagli altri oggetti. E ci ammesso, noi non possiamo non riconoscere la parte immateriale, o spirituale del nostro umano organismo.
Dal vegetale si distingue gi l'animale per la sua facolt di alimentazione, locomozione, e generazione: ma anche l'uomo mangia, genera, e si muove. Ora voi osereste specificare, segnalare, caratterizzare l'uomo per queste funzioni che egli ha comuni cogli animali, o non piuttosto colle facolt intellettive o del pensiero? Adunque, definir l'Uomo, un essere che mangia, genera, e si muove sarebbe un assurdo non minore del definirlo per semplice materia.
Colle false teoriche della materia nuda e sola, e dell'anima astratta e nuda non si approda a conclusione seria in questo argomento, n mai riuscirete a cogliere in un intuito dialettico la realt organica e vivente. Del pari che la impenetrabilit, e la materialit, non sono n il peso, n la ponderabilit, i caratteristici proprj segnalatori dei corpi organici. Dire che un cervello umano pesa una o due libbre conclude nulla; giacch non  gi al solo peso che riconoscete la natura e qualit di esso cervello. Bens, i metalli restano caratterizzati alla loro ponderabilit, e peso, bens la luce alla sua imponderabilit: ma i corpi organici sono di sfera superiore a questa ed a quelli. Sta bene nel corpo organico anche la ponderabilit, ed un dato peso; ma non  dappresso al medesimo, che pu caratterizzarsi come si fa coi metalli. Porta egli in se il principio del movimento, ed in lui il peso e la gravit particolare non  che una qualit secondaria. Da ci che un corpo organico vivente ha bisogno sempre di un tempo pi o meno lungo per traversare lo spazio, si vorrebbe venirne alla possibilit d'averci, un giorno, un altro Corpo in paradiso che identico col nostro pensiero e celere come questo varcasse gli spazj a suo talento. Ma osservate, che gi anche adesso avete in certo modo questa sublime qualit ben potendo voi colla immaginativa portarvi dalla terra al Sole, ad Urano a Saturno in un baleno.
Voi desiderate dopo la vostra morte e vi foggiate colla immaginazione, un Corpo che al tempo stesso  Pensiero, Corpo, e Desio tutto insieme; ma in tal caso egli deve rimaner sempre tale, cio, una ipotesi, una astrazione un bel nulla in sostanza; giacch per poco che egli entrasse nelle fasi della realt subito sorgerebbe scissura, discordia, tra questa ed il desio. Ma questo desio voi lo avete gi! perch non vi basta? perch riserbarvi ad attenderlo dopo Morte?
Tuttavia credendosi individuo immortale, l'Uomo si rassegna forzatamente ad ignorare il come, e dove avr luogo questa strana metamorfosi; da una esistenza umana ed individuale, ad un'altra sovraumana soprannaturale e dice a se stesso.
Lo sapr a suo tempo.
In verit, amici miei, che in ci v'ha assai di modestia ma assai anche d'ignoranza!!
E che? l'anima nostra animus et anima, la immaginate voi a guisa di un liquore entro una bottiglia, di un uccello in una gabbia, del fumo entro il tubo di un camino? Ma con ci voi fareste dell'anima un che di materiale, giacch  proprio delle cose materiali lo stare dentro o fuori d'altre cose a loro simili.
L'Anima esiste piuttosto col corpo che dentro il corpo, ma esiste in un modo speciale, spiritualista, virtuale, incorporale, o extra materiale.
L'Anima  bens incorporale o se meglio vi piace spirituale; ma senza il corpo essa non  pi anima, come nullo  lo scopo senza i mezzi, e senza il servo non esiste il padrone. Come la fiamma sta al combustibile cos l'anima sta al suo corpo, e come quella alimenta la fiamma cos pu dirsi, in certo modo, che il Corpo alimenta l'Anima. Dunque come dove non  combustibile non  fiamma; cos dove non  corpo non  anima.
Ma il combustibile condizione sine qua non, della esistenza della fiamma resta a sua volta padroneggiato consunto da essa e medesimamente l'Anima padroneggia muove e lentamente consuma il suo corpo.
Ed al pari della fiamma che sparisce col consumarsi del suo combustibile, l'Anima allorch non riceve pi alimento dal suo corpo consunto, sparisce insieme con lui.
Non  quindi l'Anima un che di determinabile, un oggetto fisso, un essere circonscritto abitatore del corpo come una lumaca nella sua chiocciola; ma essa invece  un'attivit pura una vitalit, un che giammai al completo di sua fattura, giammai un Factum, e sempre un Fiens, un che di essenzialmente identico col suo corpo e quindi perituro con lui(13).
Tutti coloro che parlano della immortalit dell'anima come di una certezza accennano al tempo stesso della separazione di essa dal suo corpo, e non si accorgono che con questo appunto danno all'anima, una specie di corporalit immaginaria ma corporalit; consuonando in questo con un celebre padre della Chiesa Ortodossa che raffigurava l'anima come una immaginetta a forme umane ma con essenza sottilissima, trasparente ec. Ora l'anima, amici miei,  ben pi spirituale di quello che la dicono i signori spiritualisti ortodossi. Essa  un che d'incomprensibile di sfuggevole che non si lascia n fissare n circonscrivere nei limiti di qualunque specie.
 un vero folletto, inarrivabile, impalpabile incomprensibile.
Allorch si dice che l'Anima  nel Corpo si vuol dire che essa  sensazione, vitalit, e quando si dice che  fuori del corpo, si dice che  anche qualche altra cosa di pi, cio Coscenza, Libert, Volont, Azione, un moto uno slancio che erompe fuori del corpo medesimo. L'Anima in quanto  sensazione  base ed origine della individualit ed identica col suo corpo e quindi individuale.
Ai sensi del linguaggio riflessivo la espressione l'Anima  nel Corpo significa che l'anima si riferisce al suo corpo, e di lui si fa suo objetto; dapoicch in ci che si fa oggetto a noi, noi troviamo parte di noi medesimi, n l'Anima pu agire altrimenti verso il suo corpo.
L'Anima come sensitiva, cio, che sente si occupa della materia degli oggetti che cadono sotto i suoi sensi. Essa A si occupa adunque delle materialit esterne, estranee, col mezzo della materialit sua propria il suo corpo. Essa B, si occupa della sua propria esistenza materiale e sensitiva (gioja, o dolore).
Essa infine C, si occupa c come A e come B alla volta medesima.
Nella sensazione, l'Anima  per essa ed in essa, ella  oggetto a se stessa, e cos chi dice sensazione, dice che l'anima si occupa di se stessa nel mentre che percepisce un altro oggetto. Impertanto, l'Anima nella sensazione non  oggetto a se medesima, che in quanto il suo corpo  a lei d'objetto, o meglio, essa non  oggetto a se stessa immediatamente; ma per lo intermezzo del suo corpo, il quale a sua volta  identico con lei.
Ora quest'altra espressione "l'Anima  fuori del Corpo" significa nel linguaggio della riflessione, che l'anima  pensiero Libert, Volont, Ragione, Coscenza del me.
Prescindiamo noi qui d'ogni caricata figurativa di un materialismo fantastico. 
Nel senso del vocabolo Spirito, l'anima animus et anima non versa pi nella sensazione circa gli oggetti dei sensi, o circa il suo corpo; ma essa esiste tutta in se stessa come fuori del corpo, astrazione fatta di esso, ed  propriamente oggetto a se medesima.
L'anima, diciamo, allorch agisce siccome spirito intellettivo, razionale, non iscorge se stessa per mezzo del suo corpo, come quando agisce come sensazione; ma lo spirito scorge se stesso esclusivamente per se medesimo.
Riepilogandoci, asseriamo.
L'anima esiste in doppio modo, e come spirito, (intelligenza) e come sensazione (sensi).
Come sensazione ella si manifesta per mezzo dei suoi sensi i quali sono appunto ella stessa nella sua immediata esistenza, e qui essa  nel suo corpo o come dicesi nel linguaggio poetico e religioso ella  assorbita dalla materia.
Come spirito non si manifesta per mezzo dei suoi sensi ma sta come fuori del corpo (astrazion fatta di esso) o come si direbbe in Religione e Poesia ella sorvola al di sopra della materia nelle regioni sublimi della spiritualit: ma lasciamo da banda questo linguaggio dell'antica Lirica e Teologia come quello che  proprio una pepiniera di confusioni ed equivoci d'ogni specie.
L'Anima allorch considerata come spirito ditelo pure se meglio vi piace intelligenza ragione o considerata come fuori della materia (astrazion fatta di questa) l'Anima diciamo pu bene occuparsi del suo corpo ma collo scopo di farne un soggetto di studio scientifico. Allora lo spirito studia la propria parte materiale che gli appartiene studia p. e. in essa il piccolo mondo dei cinque sensi: ma il modo con cui l'anima-spirito si occupa di esso corpo  ben diverso da quello che usa l'anima-sensazione.
L'anima-spirito studia Anatomia Patologia, Fisiologia ec. e l'anima-sensazione percepisce sensazioni soffrendo dolori godendo piaceri. Ecco la differenza fra esse due anime o meglio fra essi due modi di considerare l'anima una indivisibile nelle sue facolt.
E cos il dire l'anima sta fuori del suo corpo  come dire l'anima  in se sola esclusivamente, si riferisce a se soltanto, e si fa spirito, ragione, e la ripetuta affermazione della uscita dell'anima dal suo corpo di una emigrazione sua lungi da esso potrebbe meglio mutarsi in quest'altra.
L'anima si distingue dal corpo, essa si concentra in se medesima, essa da un addio al mondo della realt materiale ed ai suoi cinque sensi, insomma l'anima-sensazione diviene anima-spirito pensiero, riflessione, meditazione, coscenza del me.
Allorch dicesi che l'anima abbandona il suo cadavere e vola al di sopra del corpo morto, non si fa altro che uno sfiguramento, una caricatura o per lo meno, un goffo e fantastico simulacro di tutto quanto test abbian detto. Colla immagine dell'anima che vola fuori del suo corpo si  voluto esprimere il cangiamento dell'anima sensazione in anima-spirito. E cos viene a presentarsi come un atto di localizzazione anzi di locomozione lo intrinseco ed essenziale svilupparsi che fa l'anima-sensazione dal suo corpo per farsi anima-spirito dappoicch l'anima-sensazione in certo modo vi rende immagine di una cosa come incarcerata, incorporata, nella sua materialit, e quindi vi affrettate a svilupparnela dopo morto.
Ma perch dopo morte? Se un tale svilupparsi lo vediamo praticato eziandio nella vita attuale? Si vede diciamo siccome un fenomeno costante e quotidiano ed infatti allorch da noi si medita, si studia, la nostra Anima-Sensazione si slancia in una sfera dove diventa spirito puro, pensiero, intelligenza: n per essere com' comune e quotidiano un siffatto fenomeno  meno segnalato e maraviglioso. E diciamo qui maraviglioso in ben'altro senso del come lo intendono i teologi. E notate che questo sviluppo dalla materialit lo fa l'anima virtualmente, spiritualmente, fuor dello spazio e della materia, n mai ci  dato di cogliere il momento in cui l'anima-sensazione si cangia in anima-spirito.
Ora perch non contentarci di questo miracolo naturale, ed ostinarsi a correre appresso a miracoli immaginarj contro natura; o come si dicono ordinariamente soprannaturali?
Concludiamo. Lo spirito  intelligenza coscenza, riflessione, azione, ma azione pura eterna, intrinseca Actus purissimus egli  la pi sublime essenza dell'anima.
Epper lo sfigurarne il concetto come fanno i Teologi scolastici, e loro pedissequi,  un voler rendere bastardo quell'essere eterno e superiore; , a poco presso, un ricadere in un altro genere di materialismo non meno spregevole di quello che comunemente viene riprovato con tal nome.
 L'Origine psicologica della Morte
Siasi qualunque il principio fondamentale della nostra esistenza egli  ad un tempo quello della nostra morte ed ogni determinazione d'essenza dell'essere nostro importa la nostra affermazione, e la nostra negazione, cio, la nostra vita, e la morte nostra.
E pria di tutto ecco il tempo, e lo spazio queste due affermazioni della esistenza nostra sono altres due negazioni per essa.
Noi non esistiamo, non abbiamo cominciato ad esistere, non cesseremo d'esistere che nello spazio e nel tempo. Spazio e tempo ecco i due limiti i due elementi in cui  circonscritta la nostra esistenza individuale, sicch lo individuo fuori del tempo e dello spazio  nullo, e la nostra vita individuale non pu essere che temporale e locale. Ma d'altra parte noi non siamo soltanto un essere limitato dal tempo e dallo spazio, noi siamo altres un essere Vivente e la nostra esistenza  una esistenza Vivente cio ben distinta dalla sola materialit ed appunto perch vivente cesser di vivere e la nostra affermazione sar altres la nostra negazione. L'esser nostro va considerato sotto tre aspetti, come essere limitato dal tempo e dallo spazio, come essere Vivente e come essere spirituale cio avente la coscenza di se medesimo; E questo tutto insieme importa UOMO. Evidentemente il nostro essere individuale non pu trovare, la sua pi alla espressione, la pi significativa, la UMANIT, che nello spirito e nella coscenza o meglio nella parte pi essenziale e sublime dell'anima nostra. Ora questa suprema affermazione di noi medesimi, , e deve essere, ad un tempo la nostra suprema negazione, per ci appunto che il pensiero, la meditazione, la intelligenza (insomma la nostra spiritualit)  la negazione della nostra materialit. La origine infinita ed indeterminata della nostra mente  l'Infinito stesso, l'Assoluto, Dio, le origini finite e secondarie ne sono il tempo e lo spazio(14) e la origine infinita ma determinata n' lo spirito stesso.
Assegnare soltanto il tempo e lo spazio come cause esclusive della Morte,  asserzione falsa ed incompleta, giacch questi non ne sono che le cause secondarie; e chi quello asserisse cadrebbe nello Empirismo, e nel Materialismo, n potrebbe pi ribbattere la credenza all'Immortalit accampata, dallo Idealismo. Allorch la origine della Morte non si d per basata che sopra oggetti appartenenti ai sensi lo Idealismo (ed a buon dritto) si tiene forte e vi dice.
"Voi dichiarate la Morte un fenomeno fisico, or ci che  fisico materiale, non  al certo la ultima espressione delle cose quindi eziandio la morte fisica non  cosa alcuna di diffinitivo. Tutto ci che  fisico e che appartiene alla sfera dei sensi  tramite, passaggio a ci che  spirituale, morale, intellettuale, dunque la morte fisica d'un individuo non  in ultimo che un passaggio ad un'altra sfera vitale ec. ec."
Cos parla lo Idealismo e contro a lui non ha valide ragioni il Materialismo poich quest'ultimo  anch'egli un errore, ed ogni errore pu essere attaccato da un altro errore che gli fa contrappeso.
Egli  evidente che l'individuo umano non appartiene per intiero n al regno della materia n a quello dello spirito e delle pure astrazioni; a buon dritto adunque egli dice con enfasi al Materialismo che vorrebbe rapirgli il suo mondo spirituale.
"Alto l! che io sono ed intendo di essere immortale!"
Gli idealisti a volta loro riggettano con ragione la opinion dei materialisti, che fanno della materia il nec plus ultra.
Ma gl'idealisti stanno per nell'errore allorch vanno cercando una spiritualit ben altra di quella che si manifesta gi in questa nostra vita terrena, ed organica. Lo individuo materiale per mezzo della meditazione niega se medesimo come per mezzo della riflessione muore e sparisce elevandosi dalla sfera materiale alla intellettuale. Ma gl'idealisti non vedono che la fine della materialit  la idea dalla quale s'intitolano.
La idea idealizza e niega la materia lo spirito la spiritualizza e la niega altres; cosa dunque a dippi cercano ancora gl'idealisti?
Ogni cosa che esiste ha una Essenza ed una Esistenza; or l'Uomo ha questo di speciale che la sua essenza propria  al tempo stesso spirito, coscenza; di tal che egli pu ci che gli altri esseri non possono, cio, distinguere se stesso dalla sua essenza la quale distinzione esso pratica per mezzo della coscenza del ME, e cos l'Uomo fa objetto di se, a se medesimo.
Ma tuttavia conoscendo un oggetto l'Uomo distingue tra esso oggetto e la coscenza di esso. Supponiamo ora questo oggetto un individuo. Cos io ho coscenza del ME, ed io sono un individuo.
Ma questa coscenza non pu dirsi tassativamente, esclusivamente mia, ma essa  comune ad ogni altro individuo umano, ella  la universale Coscenza propria di tutto il genere umano.
Questa Coscenza generale  identica solo con se stessa, essa  come la luce, e le individualit umane sono come i colori i quali si vedono soltanto nella luce, e per mezzo di essa: ma non si  mai detto che pu vedersi la luce per mezzo dei colori.
E se la Coscenza fosse identica coll'individuo cosciente allora ne avverrebbe che l'Uomo non vedrebbe n se stesso, n gli altri individui, ovvero non torrebbe ad objetto n questi n quello, precisamente come ognuno di noi non potrebbe vedere un colore se la Luce fosse tutt'uno collo stesso.
Come le persone o individui sono objetti inverso alla coscenza, lo sono i colori inverso alla luce, ed essi non sono colori che appunto per questo, che si distinguono dalla essenza monotona ed uniforme della luce universale, della luce pura, ed identica solo con se stessa.
Le particolarit, le ineguaglianze, le differenze noi non possiamo scorgerle se non in mezzo e per mezzo per cos dire di un fondo compatto, indifferente, uguale e di una assoluta identit; cos avviene che gl'individui, le persone ci in somma che ha coscenza di se non ponno esistere e segnalarsi che nella Coscenza universale, in questa luce limpida indifferente scevra d'ogni colore d'ogni specialit d'ogni variet, d'ogni qualit. E come la luce fisica si cangia in colori e per mezzo delli oggetti terrestri vi riflette i suoi proprj oggetti; cos la Coscenza universale si cangia in personalit individui umani diversi, e si riflette per mezzo di oggetti a lei proprj.
Voi dite "Io che ho coscenza di me io sono objetto a me medesimo."
E sta benissimo: ma male vi apporreste affermando che il ME objetto (ossia voi Uomo) sia proprio tutt'uno col me objettivante, osservante, meditante.
Alpha ME personale si divide, si distingue in se stesso in Alpha objetto, o meglio objettivato a se medesimo; ed in Alpha osservatore obiettivante ed  evidente che questi due Alpha non fanno un tutt'uno del tutto identico. Che se cos fosse non sarebbe gi in voi precisamente ci che dicesi una coscenza, n voi potreste apprendere cosa alcuna poich tale sarebbe in voi Unit, identit, da rendere impossibile ogni sapere, ogni discernimento, ogni distinzione.
Col dire "Io ho coscenza di me" voi fate gi in voi stesso una distinzione tra oggetto, e subjetto, differenza che per diverse nozioni  necessario di fare. Or quali determinazioni potremo noi impiegare per fare la distinzione tra il ME avente la coscenza di se stesso, e questo stesso ME meditato, osservato, obiettivato?
Impiegheremo di necessit le due categorie cio quella della identit assoluta, o della universalit, e ad un tempo quella della moltiplicit, e particolarit.
Insomma il ME subjetto, che sa, che pensa e che sta ad esaminarmi come se io fossi il suo punto objettivo, il suo objettivo;  qualcosa di differente un essere altro che mio proprio essere individuale,  un essere unico, solo, eguale in tutte le persone,  la essenza stessa dello spirito; o meglio  la Coscenza stessa dello spirito, indipendente da tutto il resto ed universale, un che insomma di appartenente alla Umanit tutta anzich all'Uomo individuo.
Ecco la origine assoluta della nostra personalit, ed ecco il perch ogni uomo ha conoscenza della sua propria individualit.
Dello spirito pu dirsi che si fa da se stesso ed  objetto a se stesso. Certamente le persone, gl'individui tutti sono anche essi questo spirito in quanto egli  objetto a se medesimo: ma questo Spirito universale  objetto a se medesimo, in tutti gl'individui.
Non in uno o pi individui isolali, o a gruppi ma nella completa totalit degli individui.
Or bene, a quel modo appunto con cui i colori nascono si mostrano e spariscono, del pari avviene delle persone delle individualit particolari; poich elleno non sono gi la Coscenza generale del ME ma solo punti objettivi di essa E siffatta sentenza potrebbe eziandio esprimersi in questo altro modo.
I subjetti individuali non essendo la base il principio di essi stessi non sono la subjettivit assoluta e quindi debbono sparire.
E spariscono difatti per la Morte la quale fa che l'individuo che gi era simultaneamente subjetto-objetto, cessa di esser tale e rimane objetto soltanto.
Or qui piacciavi considerare come siffatta morte altro non  in sostanza che la manifestazione esterna di quel dualismo per cos dire di quella differenza che fin dal nostro nascere esistette in noi o meglio nel nostro ME, il quale essendo ad un tempo un ME subjetto, ed un ME objetto, questa specialit di condizione o combinazione, non pu avere che una durata ben circoscritta entro a certi limiti.
Lungi dunque dallo esser la morte una legge terribile, un giogo, una catena impostaci da una forza esterna a noi, essa non  che il complemento normale, il corso regolare della nostra interna costituzione.
Egli  perci appunto, che noi costantemente facciamo una distinzione in noi medesimi tra il ME subjetto o Essenza, ed il ME objetto o persona, e che questa separazione distinzione dapprima interna durante il viver nostro, diviene esterna quando n' giunto il momento. Or siffatta separazione divisione esterna  giusto la nostra morte individuale, n potrebbe andare diversamente la cosa dappoich ogni serie d'idee essenziali risponde ad un'altra serie di fatti esistenti allo esterno.
E cos la distinzione del nostro ME in subjettivo, ed objettivo, che  la origine della coscenza del ME, e quindi della Libert, della Volont, della Scienza, e dell'Amore,  altres la origine della nostra Morte.
L'uomo muore appunto per questo, che egli  un essere che pensa, che  libero, che ha coscenza di se medesimo, e dove non  spirito non  morie. Coscenza importa dualismo, scissura, discordia, e dire di un essere che egli ha coscenza  come dire, che egli  capace di opporsi a se stesso, di far distinzione tra la sua essenza e la sua individualit di metter quella al di sopra di questa, e di restar subordinato sotto di essa essenza giusto come un essere determinato, isolato, individualizzato. Dicesi adunque insomma, dicesi che ha coscenza, tulio ci che pu mettersi in rapporto con se stesso come se egli fosse un oggetto estraneo a se stesso. Ora noi moriamo appunto perch siamo objetti, e solo in quanto siamo objetti, perch individualizzandoci noi ci distinguiamo dalla nostra Essenza; perch una siffatta distinzione dapprima interna debbe alla fine manifestarsi esternamente, e la espresione drammatica di questa interna distinzione dicesi la Morte. La quale (di conseguenza) sorge dalle profonde latebre dello spirito, e da quelle indefinite della Libert.
Alla nostra vita individuale  base la coscenza individuale del ME: ma coscenza importa dualit, ossia discordia, scissione, ed  per ci che esiste la Morte, ed il vegetale, l'aminale, muojono appunto perch in loro comincia lo Spirilo a svilupparsi.
Il minerale, non muore(15).
Nell'animale e nel vegetale, ecco che gi la libert comincia a gittar sue radici, e l'essere intrinseco si separa gi in due, cio, Subjettivit, ed Objettivit; in Genere e Specie, in Essenza, Universalit, e Particolarit individuale ec.
La Morte  come uno specchio nel quale rimirasi il nostro spirito, essa  l'ombra l'eco, il riflesso del nostro Essere, e la sua essenza  lieve e dolce come quella che si confonde colla nostra propria umana essenza(16). Semplice, una, ed uniforme  la Natura inorganica e senza spirito. Or da questa unit (fatto che essa abbia scissione con se medesima) ecco nascerne lo spirito, che ha coscenza del ME. Vera luce universale che scorge se stessa. Ed al pari della luce che brilla pei raggi spiccali dal Sole; noi individui facciamo riflesso alla gran luce emanante da quel sublime sole che dicesi Coscenza.
Stella del mattino per lo Spirito, e stella della sera per la Natura; ecco cosa  la Morte; e non sono gi due stelle ma una sola, e la Morte brilla agli occhi del saggio come conduttrice e guida nel gran viaggio, che dal regno dei sogni (cio dei fenomeni) conduce a quello del Salvatore, cio dello Spirito. 
Come la stella del mattino non  gi la causa del mattino; ma lo indizio di esso, e la stella vespertina non  cagione della sera ma indizio di essa, cos la Morte questa fine materiale della Esistenza, non  che il risultato della fine spirituale nella Essenza.
Male per si apporrebbe chi asserisse, che la negazione ossia la distruzione del Corpo conduca allo Spirito; mentre questo non  che il fiore del quale la prima radice  nel Corpo; anzi  il Corpo.
Egli  cos pertanto, che pu dirsi esser la Morte, sorella alla Coscenza, al ME individuale, ed alla Libert.
Nulla adunque dopo la Morte?
Nulla!!.. n questo debbo punto sorprendervi; giacch se vivente siete stato tutto, giusto  che siate Nulla dopo della vita. Ma voi non siete solo al mondo voi non siete il Genere umano, ed accanto a voi stanno miriadi d'individui legati a voi di modi cos saldi quali voi non sapreste spezzare giammai, e cos mentre l'Uomo  mortale il Genere umano non lo (17).
Voi uscirete una volta dal mondo della umana Coscenza, ed altri vi entreranno a persone succederanno persone, n il Genere umano soffrir per la sparizione vostra o di chiunque altro. L'Umanit, lo spirito la coscenza sono eterni: ma gli objetti di tutte queste cose ossia gl'individui umani vengono, e vanno d'in sulla scena del mondo. A chi poi tanto si affanna e si spaventa di questo nulla d'oltre tomba noi domandiamo perch non abbia altrettanto orrore di quel nulla che per lui ha preceduto la sua terrena esistenza?
Si ha un bello affermare da taluni che l'uomo abbia esistito altra volta prima di questa vita attuale; ma di una tale esistenza non si hanno prove di sorta.
Soggiungeranno forse che noi sapremo di ci dopo la nostra morte: ma questa scienza futura (d'altronde gratuitamente affermata) certo che non potr cangiare in una realt la nullit della pretesa esistenza ante vitale, o ante mondana(18). Ma a che andar tanto lontano? e fermiamoci ad osservazioni pi prossime.
Nei primi anni di vostra infanzia voi eravate del tutto senza traccia alcuna di esplicita personalit, sicch per constatare la nostra identit con quella creatura d'una volta, vi occorre la parola dei vostri genitori, o dei familiari. E qui avete gi una prova ben forte a persuadervi del come e quanto la vostra esistenza intrinseca  legata con quella del prossimo vostro dei vostri simili sicch, e la coscenza, e la esistenza, che sono in voi, pu bene dirsi, che vi sono state donate dagli altri. Come gi altra volta il vostro organismo stava compreso in quello della madre vostra dalla quale traevate il vostro alimento, cos del pari il vostro Me spirituale, stava come chiuso nella coscenza degli altri, e la personalit vostra si nodriva di ci che l'umanit le soccorreva. Egualmente la nostra Morte altro non sar che un atto sollenne inevitabile (e certo a voi personalmente doloroso) per mezzo del quale noi renderemo agli altri (tutti insieme) quella nostra Coscenza, che da essi abbiam ricavato.
E la Coscenza nostra perder siffattamente la sua subjettivit, o meglio si objetter al punto da ridivenire qual era al tempo che precedette il nascer nostro. E novellamente (quali fummo una volta) ritorneremo inconsci di noi medesimi, ignoreremo noi stessi precisamente come prima, del primo nostro vagito. Altri ci ha conosciuto prima che noi conoscessimo noi stessi, ed altri ci conoscer (o meglio ci rammenter) allorch noi avremo cessato di conoscere noi stessi, cio d'aver coscenza di noi stessi. E come stettero attorno alla nostra culla le tenere cure dei nostri simili, staranno le pietose ricordanze di essi a guisa di fiori sentimentali sulla nostra tomba.
L'Uomo venuto gi in terra dalla coscenza degli altri, che pensavano per lui neonato, rientrer nella Coscenza di altri, che altres penseranno a lui persona gi defunta. L'atmosfera comune a tutti gli uomini, l'ambiente vitale, e spirituale di tutti  la Coscenza, essa  la funzione di compito nostro durante la nostra vita e ne daremo la dimissione colla nostra morte. La Coscenza questo sole dell'universo  lo insieme di tutte le individuali Coscenze, conoscentesi l'una coll'altra, e nissuna di esso esiste che non sia per cos dire compenetrata dall'altrui Coscenza.
La Universale Coscenza, quella che il Genere Umano ha di se stesso,  l'unit assoluta la infinit di tutte le persone. La individuale persona questa spiga al raggio solare della Coscenza universale, quasi affranta alla lunga a quell'ardente attrito; va alla perfine a quietare nell'eterna notte dell'oblio, della non Coscenza. Ma se osate lagnarvi di questo eterno sonno dopo la vostra morte, perch non fate lo stesso per quello che ha preceduto il viver vostro?
Voi tremate all'idea dell'annullamento personale dopo la vostra morte: ma non ricordate gi che eravate morti pria di nascere al mondo?
Gi prima assai del nascer vostro la vita umana terrestre brill di movimento, di vegetazione, di luce, e tal sar lungamente dopo la vostra morte. Voi vi rivolgete al tempo; ma forse senza comprenderlo. Egli  una serie di reminiscenze, egli  l'Acheronte che conduce i viventi al regno delle ombre, e dello spirito, egli  transizione tra la Essenza, e l'Esistenza, e sforza il mondo alla Ragione alla riflessione. La nostra esistenza non si manifesta a noi in modo sensibile, che nel presente, che  un solo istante fuggitivo; in esso istante si concentra tutta la nostra esistenza. Per appena fuggito esso  gi una reminiscenza, e null'altro, e non pi esistenza propriamente detta.
Or a quel modo stesso con cui le vostre gesta, le sofferenze, le gioje ec. subiscono per opera del tempo una idealizzazione, sicch di poi rimontano come fantasmi all'orizzonte della vostra memoria; cos voi medesimi dopo la morte vostra materiale, e quando gi avrete traslato in altri quanto si racchiude nella personalit vostra voi rimarrete nel mondo un semplice nome Manes et fabula fies.
Alla fine di nostra vita allorch dell'uomo non rimane pi per cos dire che la sola scorza gi logora e secca allora egli si muore, cio, compie l'ultimo sacrificio di ci di che ancora pu disporre, il suo proprio corpo; sicch la morte pu chiamarsi l'ultimo atto umano di abnegazione, comunicativa, espansiva.
Il tempo  il Furor-Divinus che nell'impeto suo irrefrenabile travolve uomini e nazioni, e l'individuo storico muore nel mondo, o per salire al Paradiso, cio, lasciar memoria di se gloriosa con lode e riconoscenza degli uomini, o per discendere allo Inferno cio rimanere di esecrata memoria infra le genti.
La credenza alla Immortalit dell'anima individuale (conseguenza di quel che si  cennato) altro, insomma, non vuol significare che la solidariet per l'umanit del suo presente col passato e col futuro: ma tal credenza non  accettabile che in quanto ed allora solo, che ella proclama la Verit, la infinit dello spirito universo, e della Coscenza, la eterna giovent dell'uman Genere, ed il progresso umanitario.
Ma se questa credenza s'inspira a quella meschinit di discernimento, e criterio, che stima diffinitive e perenni la individualit, e la condizione attuale della umanit il nec plus ultra per la medesima allora essa credenza all'immortalit  morte allo Spirito. Adunque la sola fra le Credenze alla immortalit che sia vera ed accettabile  quella che tiene la nostra vita terrestre come immortale non per l'individuo; ma per la Umanit, o meglio come ricchissima di moto e di progresso indefinito.
 Nullit della Morte e della Immortalit
Onde possa dirsi di una cosa, o meglio, di una persona che essa  morta uopo  compararla con ci che era innanzi alla sua morte; utile  il bene addentrarsi in questo argomento intorno al quale non pochi sono i pregiudizj invalsi e correnti, e per vero, del tutto indegni del grado cos inoltrato dalle scienze ai giorni nostri.
Ora, la non esistenza ossia la fine di un individuo, non pu esser, n da noi, n da lui stesso percepita, se non allorquando egli ha tuttavia il presentimento di questa fine; ma fintantoch si ha codesto presentimento, quella fine non esiste ancora, e lo arrivo, la presenza di essa fine esclude evidentemente la presenza, la esistenza di quella individualit personale, che va a perire.
Adunque allora per un individuo esisterebbe in realt la propria fine, qualora egli non finisse simultaneamente con essa, o in altri termini continuasse (e non importa come) ad esistere dopo la sua morte. Epper questo vale come a dire, che l'Uomo individuo si accorgerebbe della sua non esistenza, se gli fosse concesso di esistere in essa non esistenza, lo che implica una aperta contradizione. E cos, se doloroso  il morire, l'esser morto non l' affatto; e quindi ne risulta, che la morte non  in sostanza, che un fantasma, una chimera; dappoich essa non esiste se non quando non esiste pi, e non esiste pi, giusto al momento in cui si realizza, ossia quando comincia ad esistere. E da tutto ci uopo  conchiudere, che la morte individuale (la quale rispetto all'individuo non pu avere una esistenza propria) non ha nemmeno per il medesimo una realt vera.
Qui notate, che per un individuo non possono dirsi esistenti che quelle cose soltanto, che cadono sotto i suoi sensi.
Per, la Morte non  morte che per coloro soltanto che non sono ancora morti; ma in quanto  per se stessa, ed in se stessa; ella  un nulla, nulla di positivo nulla di assoluto, e la sua immaginaria realt non sorge, che dalle nostre idee, dal nostro modo di comprensiva.
Noi quotidianamente compariamo un individuo morto con ci che egli era allorch ancor vivente, e per mezzo di questa nostra riflessiva operazione, la Morte ci appare come un objetto reale. E la rappresentazione di essa, che  il prodotto di quella comparazione, vien di necessit accompagnata da tutti i terrori della immaginazione, che ce la dipinge siccome una orribile distruzione sensibile, ed atroce per la persona morta. Invece, la Morte non e gi una distruzione sensibile, positiva, sibbene negativa, o meglio una negazione, che nega anche se stessa; sicch pu dirsi, che la morte nostra  ad un tempo la morte della morte. Dapoich, una distruzione percettibile, e positiva, non pu aver luogo che nella sfera della vita, e della realt, la quale, di conseguenza, non potr essere che parziale, ossia distruggente una sola parte della realt, o qualche attributo di essa, senza per troncare, dalla radice tutta intiera la realt.
Quella integrale distruzione, che dicesi la Morte, non  dunque in sostanza, che un mero nulla, uno zero, e male si appone chi si rende immagine di questo Zero sotto nome del Niente; poich, con siffatto nome s'intende, immaginariamente, un abbisso, un bratro, un mostro; insomma qualche cosa di fatale di spaventevole, che potrebbe passare nel linguaggio della Poesia, e della Religione; ma nel campo scientifico  un assurdo, e la Morte un vero nulla. Essa rapisce tutto senza eccezione di sorta, e quindi sparisce anche essa medesima, ed allora sarebbe ella una qualche cosa se nel prendere lasciasse una qualche cosa. La infamia, la miseria, il dolore fisico, le malattie psicologiche e corporali; ecco esempj delle vere negazioni parziali della realt; dapoich desse tuttavia intaccandola, danneggiandola ne lasciano esistente la base. La Morte invece annichilando di pianta la esistenza cio, la sola base sulla quale ponno realizzarsi le vere negazioni distrugge cos la sola condizione sotto la quale ella potrebbe esistere; E cos pu affermarsi che la Morte muore per cos dire eternamente della sua propria negazione e si costituisce per tal modo la pi irrefragabile ed assoluta affermazione della realt della vita.
La vita non ha limiti, n confini, n la Morte forma argomento contro a questa illimitazione, poich cose finite possono dirsi quelle soltanto, che per cos dire si risolvono in un'altra cosa come in un principio superiore, o meglio, che hanno la loro essenza in essa qualche altra cosa, nella quale vanno a finire.
Cos p. e. il bambino  un esser limitato ed infatti, egli va a finire nell'uomo adulto, poi maturo ec., e con ci egli il bambino, realizza la propria essenza, diventa ci che debbe essere,  il germe che si fa pianta, e ramifica.
Di l consegue, che per essere la morte un limite vero alla vita, bisognerebbe, che fosse una realt una esistenza pi reale pi esistente che la vita stessa: ma la morte essendo di per se un limite senza consistenza, senza realt, n esistenza positiva la vita come quella che ha per limite il nulla  dunque illimitata infinita, perch una cosa che ha per limite il nulla pu dirsi illimitata. Ed un oggetto che gode di sua esistenza entro i suoi limiti, cio, in se stesso,  infinito come quello che diviso cessa d'esistere  indivisibile, o individuo: p. e. il corpo organico vivente.
Quell'oggetto a cui  limite una vaga negazione priva di qualit ed in certo modo negante se medesima, quell'oggetto  pi che un'affermazione particolare egli  una realt assoluta infinita.
Se la vita non fosse una realt infinita e pura, la sua negazione ossia la morte non sarebbe una negazione pura ed infinita, o, meglio, la morte esisterebbe ella in alcun tempo in alcun luogo: Ma poich una misura medesima sta per la esistenza e per la non esistenza; lo stesso avviene per la Realt, e la non Realt.
Or qui notate, che questa vita terrestre sebbene si manifesti segnatamente nella umanit, nondimeno il suo inizio si rivela gi fin dal vegetale.
Infatti, a cominciar dalla pianta, la vita si manifesta come infinita poich sebbene la pianta a suo tempo si logora e muore, tuttavia non si dir mai, che tutto il caratteristico di essa pianta sia compendiato in quella sua morte. Cos allorch per additare un cespuglio di rose voi diceste questo cespuglio deve perire voi avreste detto nulla o quasi nulla e meglio avreste fatto a darcene una descrizione dettagliata. Dirsi di un oggetto che egli finir un giorno,  dir ben poco e quasi nulla di esso; poich la finalit, il dover terminare non  un attributo determinante.
La pianta che mai si allontana dalle condizioni inerenti al suo organismo  tale qual  nelle sue condizioni indeclinabili d'esistenza, e meglio si direbbe affermando che essa  la somma di tutte queste vitali condizioni. In altri termini tutte queste determinazioni condizionali indicano una finalit, non gi vaga ed indecisa, ma bens circoscritta determinata energica, e tale da distinguersi chiaramente da ogni altra pianta della specie stessa. Tutte le altre piante individue, dividendo con quella la sorte del dover perire; ne risulta che male voi l'avete definita per questo solo attributo dell'esser peritura.
Questa pianta muore, perch la sua vita  una misura intrinseca per la sua esistenza, e non gi per una causa esterna, cio, estranea alla sua essenza, e natura.
Dato che la morte individuale  una tal negazione che si njega da se stessa, segue che la Immortalit presa nel senso volgare della parola,  una falsa affermazione dell'individuo vivente.
Ed infatti, quando si dice Voi siete un essere pensante, organico, agente ec. Si  detto qualche cosa di pi, e di meglio che quando si dice Voi siete immortale.
Tanto con questa sentenza Ecco un albero perituro, quanto con quest'altra, Ecco un'Anima Immortale, voi non avete detto quanto basta per distinguere fra i loro simili e questa, e quello. Le facolt, le qualit, le condizioni, le leggi intrinseche (il tutto riassunto insieme), formano giusto la cosa, che  oggetto di esse, e di cui le medesime sono gli attributi; ma dessi attributi che in sostanza sono la Essenza stessa, soprastanno alla morte ed alla Immortalit: poich non sono determinabili che da loro stessi.
La Essenza non  tangibile, n per la Morte n per la immortalit, essa non perde come non acquista mai nulla.
Come la morte  una speciosa negazione, cos la immortalit  un'affermazione speciosa. Meglio, che cercar di viver lungamente, ci, che insegna la vera saggezza si  di cercar di vivere da uomini virtuosi ed intelligenti. Ora della desiata longevit quale gli uomini la vagheggiano, se n' tirata una specie di secca, e vuota astrazione, cui si  dato il nome d'immortalit dell'Anima: ma per vero il dire d'un uomo che egli  immortale equivale al dire che egli ha valore ha importanza. Vita immortale adunque  quella che porta in se stessa la sua intrinseca grandezza, la sua satisfazione, la sua tranquillit, una vita intesa alla felicit morale, ed intellettuale, cio pratica e teoretica, propria dell'individuo, e dei suoi simili, una vita della quale ogni istante  come un calice vuotato fino al fondo ma simile a quello del Cavaliere Obron, che tornava costantemente a riempirsi da se.
Male si direbbe, dicendo che la vita  come un soffio, che svanisce come un vento che va via; Bene invece si opinerebbe affermando, che la vita  armonia melodiosa di suoni, unanimit, di spirito e di cuore. La musica, l'armonia sparisce ( vero) anche essa al pari del vento; ma ogni suon di quella ha un senso, un significato, che manca al vento forza brutale.
Un rumore un suono non musicale, per lungo che sia non dar mai alle sue parti; una distinzione, un significato che le segnalino distinguendole fra loro, egli quindi  inferiore sta di sotto in valore alla sua fine o alla sua morte; ma il suono musicale interessando l'anima sovrasta alla morte sua.
Il tempo pieno d'attivit, d'energia, la lotta e la vittoria, il trionfo colle sue corone ecco la eternit, ed  sopra questo tipo che le Religioni ed anche il semplice Teismo hanno voluto raffigurare la individuale immortalit.  in certo modo giusto; ma notate che veramente vincitore pu dirsi colui che da atleta sfida e percuote il male e la infelicit dove gli scorge; e non colui che infingardo riposa in braccio alla fortuna lungi dalla sventura e dalle lotte.
Or bene, il suono musicale non si apprezza ad ore sibbene secondo il suo spirito il suo senso, e voi chiamereste un idiota un pazzo colui che dopo udita una delle pi sublimi armonie di Mozart, che ha fatto estatici gli altri ascoltatori; altro di essa non sapesse dirvi se non che "ebbe la durata di venticinque minuti primi, e nove secondi." Ma folle del pari, e pi ancora,  colui pel quale gli attributi tutti di questa vita, il suo pregio, il suo valore, si compendiasse in questa sbiadita e meschina sentenza; che spesso udiamo ripeterci.
"La vita nostra individuale,  cosa precaria, breve, miserabile,  polvere, e putredine. Vanitas vanitatum."
Chi vi parla in siffatto modo crede di poter trarre alcun che dal nulla, ed in sostanza annichila, svilisce, sconosce, la realt della vita fisica, psicologica, scientifica sociale ec... E stoltamente volgendo le spalle alla realt seguita adorando un'ombra fantastica. Ma quest'ombra gli sfugge, e sfuggir sempre dinanzi, e con essa ancora la vita ed egli alla fine muore senza aver vissuto, e quel che  peggio, dopo aver brutalmente impedito il ben vivere ai suoi proprj fratelli.
"Il Signor Feuerbach(19) scrisse altres al 1830 una specie di poema didattico di molto merito, e nel quale continua a sviluppare le sue idee intorno alla Tanatologia, consuonando mirabilmente anzi in certo modo prevenendo, pressentendo il pensiero, lo andamento morale progressivo del tempo nostro. Ed invero, la sensazione di dolore che da un secolo incirca a questa parte affanna specialmente il cuore dell'uomo civilizzato si compendia teoricamente nella quistione della immortalit individuale, n giammai nei secoli precedenti, sieno dessi pagani o cristiani quella sensazione dolorosa venne con pi d'intensit manifestata.
Sopra un tal fenomeno morale si  fissata l'attenzione dei filosofi; ma nissuno ha saputo finora darne una adequata spiegazione.
Al bon vieux temps del Cristianesimo si occuparono assai le menti, del Paradiso dell'Inferno della salute delle anime ec. ma poi collo intiepidirsi della fede si ristrinsero le pretese e si rest paghi, alla sola e semplice Immortalit, per attaccandosi pi che mai alla medesima dopo la nostra morte materiale.
Allarmati i teologi d'ogni Chiesa, tuonarono di tutta forza contro un tal fatto, il quale, per vero si presenta come preludio della caduta, della fede dommatica: ma al tempo stesso ci era un segno precursore di una Era novella.
Era spirituale, e morale, e di un radical cangiamento nelle idee e nei rapporti tra uomo ed uomo:
L'illustre Egel era solito a dire
"Ecco qui signori, come lo spirito umano si  reso oggigiorno condiscendente e discreto.
Gi una volta egli si slanciava ardente verso le cose dell'altro mondo, analizzandole con uno zelo pedantesco e sempre tremebondo per la eterna salute, ed ora egli si rimane soddisfatto alla sola assicurazione di ci che egli chiama la sua perpetua durata dopo morte. Per vero, poich si contenta di cos poco uopo  dire egli ha dovuto ricevere nelle sue illusioni degli smacchi non lievi."
Il grande Egel nella sua opera non potea bene rendersi ragione di questo fatto ed egli lo attribuiva in gran parte alla negligenza inverso gli studj dialettici, e metafisici dell'Epoca sua.
Ora ecco, a creder nostro, la origine vera della comune credenza alla personale immortalit secondo che il sig. Feuerbach l'ha dimostrato.
Questa credenza accenna, insomma, la sublime idea, l'alto concetto che l'L'Uomo (ed a buon dritto) si  formato della Vita, e della umana personalit; che agli occhi suoi  qualche cosa di assoluto, di divino un TEON: Ma questo rispetto questa reverenza dell'uomo d'altronde giusta; ha preso nella teoretica sua dimostrazione una via falsa, assurda, stravagante, soprannaturale fabbricandosi immagini di Paradisi d'Inferni, cogli apparati i pi bizzarri iperbolici, e strani; e simultaneamente si  voluto gratuitamente, ed ingiustamente applicare ai nostri umani rapporti qui in terra; cio alla Societ umana; ed alla natura umana il carattere di una mostruosa perversit. Di tal che, si pianta una specie di paralellismo, una consuonanza tra la serie delle idee e quella dei fatti mondani, o meglio, tra le credenze soprannaturali, o iperfisiche, e la prosaica e materiale condizione della Umanit quaggi in terra. Cos ad una supposta iperbolica degradazione della personalit umana e della sua vita, risponde con una esattezza esagerata, una idealizzazione chimerica e fantasmagorica colla forma della Immortalit individuale personale; sia negli Inferni sia nei Cieli paradisiaci.
Ci ritenuto (come non pu farsi altrimenti) egli  chiaro, che il rinsavire che far la opinione circa a tale grave argomento, si far rilevare per entrambi i lati di quel paralellismo, cio, rettificando le idee, tanto sopra questa vita terrena, che sopra la pretesa altra vita in un altro mondo.
O, a meglio dire, questo vero progresso intellettuale della societ umana si far ad un tempo e per la via teoretica, sviluppandosi dapertutto una nuova Filosofia veramente libera e saggia, con un novello metodo Critico-Dialettico; e per la via pratica, cio con una riorganizzazione sociale radicalmente condotta ed applicata.
Allorch questa doppia innovazione questo doppio progresso si sar realizzato, certo non sar pi possibile all'uomo lo incaponirsi come ha fatto finora, a cercar la soluzione di quistioni insolubili per loro natura; e torturare cos il suo povero cervello gi concitato ed affranto fin troppo, a furia di strane dottrine pretese tali, ed implicanti le pi aperte contradizioni. Non pi adorer egli allora la caricatura (per dir cos) del suo essere fantasticamente idealizzato: ma invece dar seriamente opera a migliorare a spiritualizzare l'esser suo naturale.
E cos l'uomo dello avvenire, socialmente ed individualmente rinnovato e guarito, si trover (fortunato lui!) nella felice impossibilit d'illaquearsi in quistioni assurde e contradizioni quali sono quelle che hanno stravolto l'umana mente pel passato; e che per qualche cosa ancora la stravolgono e tribolano nel presente.
Ora ecco, qui appresso; alcuni dei pensieri del signor Feuerbach quali egli li manifestava nel poemetto didattico summentovato, pensieri arguti, penetranti, non comuni ed espressi con aurea semplicit, e spiacemi il non poterli qui tutti enunciare.
"La morte non  gi uno scherzo, e per essa cesser issofatto la mia personale identit e la natura che non fa commedie n farse, inalbera il vessillo della morte!!
"Consumatasi, poco a poco la individuale esistenza, essa va alla fine a riposarsi a chiudersi nel suo nulla primiero, n si lascia spezzare, o dividere in alcun modo.
"Con qual logica adunque voi pretendete che si spartisca in due andandone una in Paradiso (o agli Inferni) e l'altra alla tomba?... Impossibile! dapoich il mio ME una volta infranto o come voi dite purificato non  pi il ME effettivo, ha cessato di essere.
"Vi parlo franco e sincero!! io non ambisco non desidero di andare ad incontrare Socrate, Carlo-Magno, o Sant'Agostino nel regno delle ombre; o altri grand'uomini siffatti e preferisco immergermi nel Nulla giacch l'azione morale e materiale di tutta la mia vita ha finito per istancarmi lasciatemi dormire in pace il sonno eterno!
"Si! io discendo nel nulla!! ma nel tempo stesso un altro uomo entra nel mondo a rimpiazzarmi. O voi cari fanciulletti che ci venite appresso nel mondo dei viventi voi somigliate ai fiori che crescono sulle tombe.
"Quanto a me io vado a perdermi nel gran pelago del Nulla, e tal quale io sono, quale io penso, quale io scrivo queste linee non rivivr giammai, e la mia individualit sar rimpiazzata da un'altra, che non sar identicamente un altro ME.
"O cari fanciulletti che nasceste dopo di noi; in voi sar un altro ME metamorfizzato. . . Oh! la morte va considerala profondamente.
"Amici miei! non imprecate poi tanto contro la vostra morte materiale!
"Voi trovate il colmo della sventura nel dover chiudere una vita d'agitazione, e dolori con una fine senza speranza d'altra e miglior vita? No, amici miei! sopportate invece, con fortezza e coraggio il giogo della Verit che in sostanza poi egli non  amaro ma dolce. Or cosa significa questa frase tu morrai? Null'altro se non che tu perderai il tuo egoismo!!... Oh egoisti mondatevi liberatevi al pi presto di questa malattia!!
"No! non piangete, amici miei, perla vostra morte!! Osate, invece, osate mirare in faccia l'aspetto sereno della Verit: Essa vi dar conforto, e la luce si far nel vostro cuore angosciato!
"Oh! la Verit!!... essa  grave  severa ma al tempo medesimo essa ha tutta la dolcezza, e la serenit di una madre!!
"Altre persone, altri uomini, vi rimpiazzeranno qui in terra al morire vostro; ma e che per questo? sareste voi forse tanto esclusivi da volere essere voi soli il Genere umano? o tanto ambiziosi da pretendere d'essere rimpiazzati dagli angeli?
"Decidetevi! su! coraggio e rassegnazione!
"Ecco gli altri uomini nuovi che arrivano sulla scena del mondo!! Ecco i padroni i signori degli attuali signori! Eccoli nei figli nostri ancora fanciulli. Essi senza saperlo c'intimano di ritirarci, e col loro innocente sorriso cantano l'inno della nostra morte! Deh! non imprecate ma ammirate, ed amate!!
"Ecco qui, un padre che muore; ci muore s, perch il suo sangue, il suo spirito tutto infine, tutto egli ha dato al suo figlio diletto; al caro figlio dalla guancia rosea, dal passo ardito, e veloce, dallo sguardo scintillante del fuoco della vita, della giovent!... Ecco altrove una madre; ella si muore ma in braccio alla dolce sua figlia bella forte, leggiadra, come essa fu gi prima di lei. Questa rosa quel giglio vivono appunto per la morte di quel padre, e di quella madre.
"Amico mio! tu non puoi esistere che una sola volta, poich tutto ci che ha vita individuale, che  forte e bello, non esiste che una volta sola!!
"Una sola volta, esiste lo Spirito una la Natura.
"Una sola volta l'Amore!... si l'Amore!
"L'Amore  come un santo, e sublime dolore che riempie il cuor tutto intero.
" una compressione uno slancio del cuore!! Ora come amare senza morire, e come morire senza amare?
"La morte, e l'amore lungi dallo essere stranieri l'uno all'altra; si legano fra loro.
"Viva la Morte! essa  la nostra emancipatrice!! Essa ha la sua sede fin nel midollo delle nostre ossa, e come l'acido vegetale riempie di se per intiero il suo frutto, cos ella compenetra tutto il nostro organismo.
"E sarete voi tanto ciechi da crederla proveniente dal fuor di noi?
"Nella eterna sua rivoluzione l'Universo guarda sempre alla morte, sicch pu dirsi di essa che suona le ore alla Natura tutta intiera. I cento suoni che rompono il silenzio; nei piani, nei boschi, sui monti e sulle onde del mare, il furor degli uragani, la circolazione del sangue nelle nostre vene ed arterie, le fiamme d'amore, il lampeggiar della folgore tutto, infine, nello Universo si affisa perennemente al fatale indicatore sul gran quadrante della morte, ma un chiarimento vero e sodo in proposito non ve l'aspettate gi da un dottore in Teologia, che da lui nulla imparerete e peggio che nulla. Fate piuttosto come me che gettatomi confidente nelle braccia della immensa Natura vi ho letto la Verit a grandi caratteri; L'ho letta, negli Astri negli animali, nell'erbe, nei macigni.
"Io non ho sdegnato la compagnia delle salamandre, delle Ondine, dei Genj delle montagne; ho prestato attento l'orecchio al grido di dolore degli animali, ho considerato con ansia lo svenire dei vegetali sotto l'ardenza dei giorni estivi. E tutto questo mi ha distolto dall'egoismo, e dalla vanit!!
"Nella limpida e solitaria fonte ho contemplato la serena notte della morte, in ogni albero ho scorto il limite del mio ME come in ogni astro, in ogni sasso, ho letto scolpita e sigillata d'eternit in eternit la mia sentenza di morte, e l'aspetto di una cascata d'acqua mi ha fatto il racconto della mia fine mortale.
"Oh morte! tu brilli come un diamante nella mano di Dio!! ma tu non sei formidabile per me!!... Dio guard un giorno la luce e la sua ombra cadde sul nostro Pianeta. Quest'ombra sei tu, o morte! tu che rinfreschi l'arsura dell'essere nostro, e che dopo i nostri affanni, e travagli ci presenti la profonda e tranquilla requie del sonno eterno.
"Adorale la morte! o superbi mortali! e dapprima umiliatevi nel terror vostro innanzi a lei!! Cos spegnerete il fuoco funesto dell'egoismo vostro; e quindi appresso (e non prima) sentirete rinascere nelle anime vostre la dolce fiamma della riconciliazione, e la bella, e nobile luce della Scienza, e dell'Amore!!"
 La Credenza alla Immortalit in generale
Udiamo ripeterci ben soventi.
"I due grandi Domini della esistenza di un Essere supremo, e della Immortalit dell'Anima individuale sono basati sulla umana Natura in generale, e riggettandoli mostrate esistere in voi un difetto una lacuna nella vostra individuale natura, giacch voi discordate dalla general credenza nella personale immortalit, argomento sul quale cade lo unanime, o almeno, quasi unanime accordo di tutte le nazioni in tutte le epoche."
E noi alla nostra volta rispondiamo, che questo voluto, preteso accordo di opinioni, questo Consensus omnium, merita, per vero, l'applicazione di un po' di Esame Critico per giudicarne adequatamente.
Or, prima di tutto, convenghiamo nello affermare, che la credenza nella succennata Immortalit esiste di fatto presso a molte nazioni: ma se ci facciamo a considerare il suo vero significato, noi vi troviamo una Tanatologia psicologica. L'uomo ancor vivente,  inclinato a credere alla continuazione della esistenza dell'uomo estinto, dal perch la memoria di quest'ultimo si prolunga nel mondo al di l della di lui morte. Ed in questo sta, per vero, una delle cause alla credenza alla personale Immortalit che per lo meno, non sono disonorevoli.
Se la personalit d'un uomo estinto non produce pi fra gli uomini una materiale impressione, non manca per d'imporne fortemente alla immaginativa, e l'uomo idiota, ed inculto, non sa, n pu far distinzione tra objettivo, e subjettivo, tra oggetto e pensiero, tra rappresentazioni o idee, e realt. Egli non riflette gi giustamente, dialetticamente sopra se stesso, e tutto ci che egli stesso fa; pare a lui fatto non da lui e per mezzo suo, ma contro di lui, sopra di lui, a lui.
Cos, ci che  attivo, divien passivo agli occhi suoi, il sogno diventa una realt ed una sensazione, una qualit di ci che egli ha sentito, sicch la idea la rappresentazione, la immagine, che egli si forma di un oggetto, diventa l'apparizione di questo oggetto medesimo.
Di conseguenza, sebbene un essere immaginario, la persona estinta, vien tenuta per un essere di realt esistente. Cos tutta la sfera delle idee rappresentative, delle memorie, delle reminiscenze, anche confuse, si tramuta in una specie di mondo reale, e l'uomo ancora in vita, si aggiudica decisamente in propriet questa esistenza prolungata al di l della tomba.
Ed infatti, l'uomo rozzo e passionato dice a se medesimo: Come far io a dividermi dagli oggetti che io amo? Li ho avuti con me in vita, li avr anche con me dopo la morte. Ed ecco ridotta alla sua pi intima, e semplice ragione la credenza alla individuale immortalit.
Certo che la nostra memoria non isparisce insieme colla nostra vita terrena; ma sopravvive cara e longeva nei nostri amici superstiti, e questo  un fatto, che nissuno pu negare.
Ai primordi dell'antichit l'Anima umana, voluta immortale, non significava che la semplice immagine del trapassato. Ascoltate le parole d'Omero.
 Achille, che ha scorto in sogno l'ombra di Patroclo, ed esclama.
"Oh! Dei immortali! Sono dunque anime ed ombre nel regno della morte! ma in esse non  ragionamento di sorta! Questa notte l'ombra di Patroclo venne presso al mio letto, e piangendo, e singhiozzando, mi ordin varie cose, e somigliava assai al mio Patroclo."
Altrove,  Ulisse, che incontrando nell'Erebo l'ombra di sua madre vuole abbracciarla; ma questa come cosa vana e vuota, gli sfugge tre volte dalle mani come un sogno, e gli dice.
"Cos avviene dei mortali che son gi stati consunti, e disseccati dalla morte, le loro ossa non sono pi aderenti ai tendini, ed alle carni, poich tutto  stato consumato dalla potenza del fuoco, sola l'anima s'invola come un sogno, e si slancia ben lungi."
Evidentemente, che siffatta Anima non  che la immagine del trapassato la quale esiste tuttavia nella memoria degli uomini.
Animus, Anima, Psiche chiamavano l'Anima umana, e Greci, e Romani, nome etimologico dal respiro, soffio d'aria, vento (Anemos) ed i Greci la dissero anche Eidlon; Simulacro, Ombra, immagine, l'ombra del corpo. E nomenclature simili sono ancora esistenti presso a popoli non civilizzali.
Quanto poi agli antichi Ebrei essi tenevano per fermo, che la morte spegne ad un tempo l'anima col corpo. In fatti, ecco come si legge al salmo V. 6.
"Volgiti a me Signore Iddio, e salva la mia anima (cio la mia vita) dappoich nella morte non si pensa pi a te; e chi mai vorrebbe, e potrebbe ringraziarti negli abbissi (nella tomba)?"
Ed il libro del Siracide al XVII.  25.
"Chi negli abbissi (nella tomba) vorr lodare l'Eterno? I soli viventi lodano Dio; ma i morti che pi non esistono non possono lodarlo!"
Ed al salmo XXXIV, 14.
"Oh! lascia che io mi rinfreschi prima di partire (morire) ed avanti di cessare qui dall'esistenza."
Per, malgrado tutto questo, gli Ebrei credevano ad un soggiorno di ombre, o meglio di anime senza azione, n forza.
Adunque, bisogna ben distinguere tra la immortalit personale, propriamente intesa tale, ed una esistenza individuale d'oltra tomba, quale immagine simulacro dell'uomo gi prima vivente. I Chinesi p. e. non credono propriamente alla immortalit personale dell'anima: ma celebrano la memoria dei loro morti per onorarli semplicemente. Ci non ostante per (al dire del Bartholm Descrip. Hist. de l'homme sauvage Voi XV) essi nelle loro cerimonie funebri trattano i morti come fosser viventi.
Per sostenere la loro pretesa personale immortalit non pochi fra gli scrittori teisti hanno preso, per prova di essa, tutti i segni di rispetto, che i selvaggi d'oltre Oceano praticano verso i morti loro per come rilevasi dalle relazioni dei viaggiatori. Ci fanno i teisti invece di conchiuderne, inferirne, secondo la verit, che quei selvaggi nel tempo stesso in cui vedono nel cadavere presente l'uomo che han perduto, ritengono la immagine di esso vivente nella loro vivace immaginazione, e ben fanno distinzione tra questa immagine, ed il cadavere, personificando quella siccome un essere indipendente, tuttavia lasciando sussistere dei rapporti infra di essa; ed il suo cadavere.
E cos, a Guayra nel Paraguay, quei selvaggi anche dopo battezzati usavano di smuovere la terra sulla tomba dei loro parenti, e passarne la terra al crivello pria di riporvela sopra credendo cos di renderla pi leggera sulle anime loro. Ed altrove prima del Cristianesimo si soleva lasciare uno spazio vuoto nella tomba presso al cadavere nella supposizione, che ivi l'anima dovesse assidersi presso a quello: Ma la rassomiglianza tra il corpo estinto, e la immagine, che di lui ritengono gli uomini nella mente,  cos grande, che facilmente essi s'inducono a credere vera un'intima relazione tra questa, e quello. E perci i Caraibi usavano, e forse usano ancora adesso, di lasciare degli alimenti presso al defunto, giacch (dicono essi) le anime non passano diffinitivamente nel regno delle Ombre, che allorquando la carne distaccata del tutto dalle ossa. Veggasi in proposito. Baumgarten Hist. Univ. des pays et des nations de l'Amrique tom. I, 484, e Meinens Hist. gen. Critique des Religions tom. II, 731.
Ed i Caraibi ben s'appongono in questo particolare; giacch, restato che sia del tutto nudo lo scheletro, cessa del tutto ogni rassomiglianza fra il corpo morto, e la immagine in noi rimasta dell'individuo tal qual era in vita, ed allora appunto il trapassato entra nella categoria delle Ombre della immaginazione, della reminiscenza.
Dappresso al rapporto d'un missionario gli abitanti del Siam credono, che dopo la morte rimane dell'uomo alcun, che d'imperituro, ed indipendente da tutte le altre cose. L'Anima, secondo essi, ha la forma perfettamente simile alla figura, che aveasi l'uomo vivente: ma  scevra d'ogni peso, impalpabile, impercettibile ai nostri sensi. Ora per iscorgere in siffatta credenza altra cosa, che non sia la semplice memoria del defunto scolpita nella mente dei suoi simili, bisogna essere incaponito ben bene a favor del Teismo, e dell'Atanasia che va sempre con esso. E siccome la reminiscenza di una persona si fa pi viva col dove essa ha dimorato, o dove ne dimora il cadavere, cos la memoria dei trapassati ci risulta pi vivace nei cimiteri, o nelle case gi da loro abitate, o innanzi ad oggetti gi da loro posseduti segnatamente le vesti; nei quali casi,  data la possibilit logica, e psicologica di vedere in certo modo esteriormente la immagine interna ideale dello individuo, tal quale egli esistette sulla terra.
Non diciamo gi la immagine del morto; giacch non sarebbe ritenibile nella fantasia, bens quella del fu vivente individuo, dello ex-vivente. E da qui il rispetto generale, che tutte le nazioni e barbare, e civilizzate hanno sempre portato alle tombe.
Ora sopra un argomento cos semplice e volgare, una gran parte dei nostri contemporanei ritengono idee, e teoriche le pi strane, e pregiudicate. Si direbbe che tutte le fantasticherie, le allucinazioni, gli errori accumulati da sessanta secoli a questa parte; si siano dato un funesto convegno fra noi all'epoca nostra.  come se fosse l'ultima danza Macbra celebrata al tempo nostro tanta  la Babilonia delle idee, delle opinioni ai giorni d'oggi, in siffatto argomento.
Occorre adunque,  d'urgenza, che la luce sia fatta in proposito, e col mezzo della Critica-Filosofica. E merc di essa ci sar dato conoscere, che se l'Uomo civilizzato, ed instruito non crede pi alla immortalit dell'Anima individuale,  per questo che egli non confonde pi la immagine della estinta persona con altra cosa; ma la stima, qual  di fatto, un operato della memoria, ed immaginativa nostra, e per contrario l'uomo inculto, ed ignorante, crede tuttora alla immortalit suddetta, perch confonde la immagine del trapassato col trapassato medesimo.
Di fatti, l'Uomo riflessivo, e penetrante sa discernere tra Cosa, e Personalit, tra vivente, e non vivente, mentre allo inverso l'uomo rozzo, ed ignorante, personifica ci che  impersonale, e vivifica ci che non pu aver vita.
Di conseguenza le idee di un popolo circa alla morte, non vanno considerate, astrattamente, ma comparate ad altre idee, che egli si forma sugli altri oggetti del mondo interiore, ed esteriore.
Che se veniste dicendoci, di credere alla Immortalit dell'Anima individuale perch tanti popoli l'hanno creduto, vi risponderemmo, che allora sar logico altres e coerente il credere pure agli spettri alle streghe, alla magia ec... E qui si noti, che intendiamo cennar di queste cose nel senso il pi largo del significato.
Se la fede alla esistenza degli Dei  cosa inerente alla coscienza, e Natura Umana, del pari, e pi ancora, lo  la credenza agli spettri, agli stregoni, ec. dapoicch una sola, e medesima forza, e necessit psicologica, ci spinge ad entrambe queste credenze. Quella esistenza dei trapassati tal quale un popolo rozzo se la rappresenta non ha, n pu avere un significato positivo, e se esso se ne forma immagine come di persona viva;  appunto perch non pu fare diversamente.
Nella sua sostanza la vita dei morti  identica colla morte medesima;  un vero Eufemismo, e qui dal comune si adopera il vocabolo vivere, per dispensarsi di esprimere il contrario.
Voi dite, i trapassati vivono: ma riflettete, che essi vivono da morti, cio vivono non vivendo; o meglio, la esistenza loro non  che l'Allegoria della non esistenza. La credenza alla Immortalit propriamente detta, non  gi una opinione ingenua, e per dir cos, di primo getto: ma  il prodotto di ragionamenti sofistici e strani, e pi di tutto di un mal inteso di un equivoco.
L'uomo venera nei morti la dignit dei vivi ed il legame umanitario; ed il lutto i pianti, le gramaglie, le meste cantilene che accompagnano le funzioni funebri tutto ci vi dice ben chiaro, ci che l'uomo sente ci che esprime la di lui semibarbara semplicit in tali luttuose contingenze.
Se si piange sui morti,  precisamente per questo, che essi perdono la vita terrena, e noi perdiamo la loro amata compagnia, e quasi involontariamente schizzano qu e l delle frasi da questo, e da quello individuo, comprovanti questo vero, cio, che in sostanza la pretesa altra vita  un ben magro compenso alla perdita dell'attuale, ed i selvaggi (e nemmeno gli uomini civilizzati) non piangerebbero per certo cos amaramente i loro defunti; se fermamente credessero che la estinta vita di quelli non fosse veramente estinta. Che, infine la nostra umana Natura, non  poi tanto illogica, tanto ipocrita, o meglio, tanto impazzita da pretendere ad un tempo stesso, che si creda alla immortalit dell'umana anima individuale, e che dell'uomo i congiunti ed amici si coprano di lutto, di pianto, e di desolazione, alla di lui morte.
Tutt'al pi si manifesterebbe un dolore un cordoglio simile a quello che si prova al partir di un figlio di un fratello per un lunghissimo viaggio; ma non un dolore cos disperato, e profondo da spingere qualche volta perfino al suicidio!
Il vero significato di tutta questa pompa di culto per i morti vuol dire, insomma, che  cosa conveniente, giusta, decorosa; il mostrar rispetto per gli esseri, che ormai pi non esistono che nella nostra memoria, e come effetti della nostra immaginativa.
Ed i nostri cari defunti sono per noi come SacroSanti giusto per questo, che ormai la memoria  quanto di essi ci rimane, e nella nostra memoria sta il loro ultimo asilo.
L'uomo vivente non ha bisogno di farsi dichiarar sacro per protegger se stesso, e gli averi suoi e la sua famiglia; giacch possiede e mente e braccia per farsi rispettare ma il morto non  pi, n realt, n persona, e quindi la piet nostra lo dichiara sacro per tutelarlo dallo sfregio.
Cos noi, col mezzo di onori quasi divini facciamo compenso, in certo modo, ai defunti della perdita che hanno fatto della loro vita, e diciamo loro "Voi non siete pi uomini; siate dunque quasi Dei per noi!"
Se la credenza alla Immortalit, adunque, fosse cosa inerente alla umana Natura, e non derivata, com' da un ragionamento sofistico, non si ergerebbero ai morti delle dimore eterne quali chiamavano i Romani i loro mausolei, n tanti solenni anniversarj si celebrerebbero pei defunti.
Ed anche (senza nissuna aggiunta superstiziosa) tutto questo culto per i morti vuol dire insomma, che da noi si vuol compensare in loro la mancanza di una esistenza, reale, con lo splendore di una esistenza fittizia, immaginaria, spiritualistica, e certamente, che se l'uomo a priori e come per istinto sapesse che i morti esistono altrove davvero non si darebbe tanta briga per essi in questo mondo.
Ed a prova assai forte a favor della opinione nostra, sta pure questa; che i Chinesi i quali (al dir dei missionari e d'altri ancora) non hanno una credenza esplicita nella immortalit dell'anima propriamente detta, usano un culto, un cerimoniale per le pompe funebri da disgradarne tutte le altre Nazioni.
I cristiani poi, questi veri seguaci della Atanasia, si danno in generale ben poca pena dei sotterrati cadaveri dei loro defunti e basta loro il saperne le anime in Paradiso.
Si parla di questa asserzione di Cicerone cio, che i Romani, dell'antichit, non avrebbero venerato con tanta religiosit i morti loro, se non ne avessero creduto immortali le anime: ma il buon Cicerone, ha poi contradetto questa sua sentenza in occasione della morte immatura di Tullia sua figlia, cui egli volle dedicato un tempio ed instituiti onori divini per eternarne la memoria. Ora egli il saggio, il Filosofo che dovea gi credere immortale per sua natura la compianta Tullia; perch affacendarsi tanto per immortalarla?
Questa pretesa immortalit mondana, terrestre cio quella della rinomanza, della fama tra gli uomini non  dessa una meschina e semispenta fiaccola, a confronto della celeste immortalit lass nelle stellate regioni, negli spazj fulgenti ed illimitati del firmamento?
Vero , che i Romani, come molti altri popoli, credevano alla esistenza perpetua dei morti; ma cosa mai viene comprovandoci questo fatto storico?
Si vorrebbe anche oggi giorno trarci in inganno presentandoci come se fosse una misura adequata dell'umana Natura, la ideologia ragionata delle nostre passioni? Sarebbe questo un intender ben superficialmente in fatto di Psicologia, ed Antropologia!!
Per certo, egli  un fatto questo e ben constatato ab antiquo, cio che le Nazioni sono solite a contradire coi fatti, e colle azioni loro, molte di quelle cose, che fanno professione di credere dopo riflessione ossia con Coscenza come si direbbe modernamente in Filosofia.
Ci sono, e non poche, delle credenze che non si credono nel fondo del nostro spirito: ma questa non credenza sta latente e come all'insaputa degli stessi credenti.
Questa specie di Coscenza immaginaria  come uno specchio, nel quale l'uomo trova tutto il contrario di quello che vede che vuole, e che pensa; uno specchio dove gli appajono come capovolte tutte le immagini della Natura, sicch egli ne tira ipso fatto le pi erronee conseguenze, e ci al punto di prendere le pi amare verit per adulazioni, e complimenti.
Se la forza nostra interiore immaginativa, cio la Coscenza, fosse la precisa misura dell'umana Essenza, allora molti cagliostri e despoti sarebbero dei santi, molti ipocriti sarebbero sinceri fedeli, molti sognatori profondi pensatori, e molti imbecilli, uomini di gran genio; dapoich, ben soventi ognuno si trova nella propria Coscenza ben altro di ci che  in effetto.
Da qui emergono i tanti ridicoli, e, a un tempo, deplorabili errori, che aduggiano il nostro vivere sociale, e ben raro  l'uomo in cui la Essenza, e la Esistenza, la Natura, e la Coscenza coincidano, rispondano a capello.
Cos un tale crede di essere appunto ci che non , ed un tale altro non suppone affatto di essere ci che  in realt di fatto.
Ecco avanti a voi un uomo, che insieme colle sue lagrime di dolore, sparge latte, e miele sulla tomba dei suoi cari estinti, pregando, e sacrificando. Or bene, la immortalit di essi estinti, sia invero per la sua Coscenza; ma per la sua Essenza per la sua natura egli vede, egli sente la morte vera di quei suoi cari trapassati. E come a suo malgrado, e quasi a sua insaputa, egli vede quei morti veramente morti, mentre dessi sembrano viventi alla sua riflessione, o meglio fantasia, artifizialmente concitata.
Ma egli  nei canti d'Omero, in questa verace Bibbia antropologica, che si scorge schietta una Coscenza naturale non ancora imbastardita, falsata, dai sofismi della Teologia, ed  perci, che secondo Omero la vita d'oltre tomba non  che una immagine poetica della morte nostra.
Ci che rimane dell'uomo dopo la sua fine in questo mondo, ci che distinguesi dal suo cadavere, e che la credenza divulgata fra le nazioni ha voluto dire immortale, altro non  in sostanza che la immagine, il ritratto, in reminiscenza, dello stesso uomo, allorch ancor vivente.
Ora a quel modo medesimo che qui gli uomini sulla terra sono diseguali fra di loro, sotto diversi rapporti, cos eziandio i morti si sono voluti supporre ineguali fra di loro sotto il rapporto della loro individuale situazione e della qualit, e localit di loro esistenza.
Le anime supposte immortali, si distinguono fra di esse al par dei semplici mortali, in ricche e povere, brutte, e belle generose e vili, aristocrazia, e plebe.
E siccome siffatte distinzioni si accostano in realt, colla disgrazia, e colla felicit, confondonsi pure colle morali nozioni; e cos noi abbiamo beati in Paradiso, e dannati allo Inferno, ossia buoni e cattivi. Dappresso a tal principio  altres spiegato il come presso alcune nazioni, solite a tradurre in fatti le loro idee immaginative, si sacrifica ad un morto gran parte di ci che era stato caratteristico della di lui vita; di tal che la stessa fiamma del rogo che lo consumava, consumava pure, la sua moglie, le sue armi il suo cavallo. Siffatto orribile rito si  ritrovato fra i selvaggi americani, ed al dire di Giulio Cesare, storico, lo usavano ancora i Galli dell'antichit.
Ma qui anche l'Amore alterna la sua influenza con quella della paura, e dell'Orrore.
Infatti, se l'uomo spento fu gi amato in sua vita, e caro rimane nella memoria altrui; il suo cadavere per, in meno di quattro giorni diventa oggetto di ribbrezzo, e d'orrore; ed  appunto da quest'ultima contradizione di affetti, e di effetti (e che in se ne compendia delle altre)  da essa contradizione, diciamo, che prendono origine le svariate, e contradittorie usanze dei funerali presso le varie genti.
Sta intanto sempre, che ci che ha formato la predilezione, l'affezione vera, e prima di un individuo; forma la base dello essere suo.
Togliete ad un guerriero le sue armi, la sua bandiera la sua gloria, o ad un fabbro la sua fucina i suoi strumenti, e voi avrete annullato, e questo, e quello. E che sarebbe dell'anima di un antico Germano gi tutto dato alle cacce ed alla guerra, se priva delle sue armi, ed arnesi da caccia?
Che se appoggiandovi alla generale credenza nella individuale immortalit dell'uomo voi vorreste concluderne alla verit della medesima, dovreste allora accettare altres quella degli animali, degli utensili, delle armi, delle vestimenta che si gittavano sul rogo insieme col defunto.
Ed invero, per alcuni popoli mezzo barbari la immortalit degli animali  di Domma quanto quella degli uomini, ed i Lapponi che fino a non molto tempo or fa, dubitavano della immortalit loro personale, tenevano per cosa certa quella dei loro Orsi.
Molti ancora dei Razionalisti; e dotti uomini hanno sostenuto del pari queste due immortalit dell'uomo, e degli animali, e gli argomenti stessi psicologici, e fisiologici sono applicabili a favor dell'una, e dell'altra.
In quanto alla immortalit attribuita alle vesti dei trapassati: noi sappiamo essere stata credenza degli antichi Germani, che un morto sepolto senza di esse vestimenta al suo entrare nel Walhalla sarebbe stato oggetto di risa per quelle anime degne.
N gli spiritualisti ponno rappresentarsi l'anima del trapassato altro che sotto l'aspetto medesimo di lui vivente. Non  dunque maraviglia, che i popoli in generale nel loro modo di vedere niente filosofico, e tutto fantastico, abbiano preso, e considerato per oggetto esterno: e realmente esistente, ci che non era, non , e non pu essere, che un ente immaginario, subiettivo cio, l'anima del trapassato. E procedendo dello stesso passo, essi hanno creduto, che le armi eziandio, le vesti ec. appartenenti allo estinto, si immortalano insieme con lui. E cos se trovate passabile che l'uomo, rozzo, il selvaggio, creda alla perpetua durata del corpo umano, dovete ammettere altres che egli creda lo stesso di una lancia di un elmo, che sparisce insiem con quello in mezzo ai vortici della pira avvampante, o di un corpetto di pelle di bufalo che marcisce nella umidit d'una tomba.
In sostanza la credenza dei popoli ad un'altra vita, non , che la credenza in questa nostra attuale. Ed in generale, o nulla o assai confusamente, comprendendo l'uomo sul grande enigma della morte, egli ricorre alla Metafisica, alla Teologia per pascersi almeno d'illusioni. Ignaro quasi sempre della intrinseca ed indeclinabile necessit della Morte, della vera importanza, e giusto significato di essa; gli appare la medesima come un brutto scherzo, un cattivo tiro, che gli fa il Demonio, o qualche altro Genio malefico, e di conseguenza stima ben naturale, e plausibile, il poter rannodare oltre tomba quel filo, della vita, che quaggi vede romperglisi crudelmente fra le mani. E fino a che l'uomo non abbia riconosciuto la universale necessit della Morte, egli (che d'altronde vuole spiegar tutto con ragioni prodotte dalla sua propria umana essenza) aggiudica alla sua fine, in questo mondo, una origine, una base specialmente umana.
Ed "ecco qui, egli dice, ecco qui gli stregoni i Demonj come hanno ucciso quest'uomo questo mio simile, che fino a jeri era cos ardito, cos eloquente, tanto caro a noi suoi amici, tanto terribile ai nostri nemici. Oh! perch sei tu morto fratel mio? Perch hai voluto abbandonar la tua trib, la tua famiglia?" Cos esclama l'uomo semplice, e rozzo, il povero selvaggio; allorch tocco dal dolore per la perdita d'un suo amato congiunto.
E tutto ci significa, che allorquando l'Uomo non si estolle ancora sulla sfera della ingenua Coscenza primitiva; accagiona pi o meno direttamente all'uomo stesso la causa della sua morte, ovvero agli Spiriti mali, ai Demonj, i quali, in sostanza, poi non sono che la idealizzazione in male, dell'uomo medesimo.
In fatto di Filosofia, e Religione, la odierna Civilt posa il principale elemento d'ogni cosa nell'Umano Cervello: mentre, invece, la non-Civilt e la Semibarbarie lo mette nel cuore, nel sangue, nella carne. Come vedete la differenza non  grandissima, e vale a segnalare il grado di progresso al quale si  pervenuti finora. E ben superficiali sono le novazioni praticate in questa vita per avvicinarla alla vita futura; mentre intanto la sostanza d'entrambe  bene analoga.
Ora ecco, a un bel presso, i modi coi quali si vogliono spiegare le idee che gli uomini si formano di un altro mondo.
Tutti, o quasi tutti gli uomini credono, ad una specie d'esistenza individuale dopo la morte; per le loro diverse idee, caratteri, e temperamenti, gli inducono a diversificare moltissimo la immagine, che se ne formano ed in ci entra anche per qualche cosa la diversit dei climi, e quella delle configurazioni topografiche, condizioni sociali ec.
La objettiva esistenza di un'altra vita,  quindi ormai cosa fuor di dubbio per le multitudini, solo esse non sono d'accordo sul come, dove, e quando, di siffatta vita futura.
Ed  appunto questa incertezza, che le strascina a sogni ad allucinazioni, a fantasticherie d'ogni sorta, cercando ognuno di comprendere lo incomprensibile, e spiegare colle limitate nostre terrestri nozioni le cose d'oltre mondo, o soprannaturali.
E cos l'altro mondo risulta popolato delle immagini di questo mondo, ed avviene delle varie immortalit, variatamente immaginate, come dei tanti Dei, che diversamente foggiali, sono identici nella loro sostanza.  (come suol dirsi) che ogni nomo sensibile, ragionevole, crede certo in Dio: ma la divergenza cade soltanto, sulle idee, esplicative, descrittive, determinative che gli uomini si formano di lui.
E sia pure; ma i Teisti sono in fatto di Esegesi alquanto arbitrarj, e prevenuti, imponendo (come fanno) le proprie loro opinioni, e volendo a forza, surrogarle a quella del popolo in generale. Ma per chi ci vede chiaro, la cosa va bene diversamente, e gli Dei sono in effetto tanto diversi, quanto sono le loro denominazioni. Togliete ai Germani il loro Odino, agli Slavi il loro Svantovite, agli Ebrei il loro Iehovah, ai Musulmani il loro Allah, ai Cristiani il loro Dio Trino ed uno, e il loro Cristo, e voi avrete distrutto il Dio ad ognuna di queste Comunioni dei credenti, e passerete per un ateo ai loro occhi.
Anzich un nome proprio, ogni Dio  al principio un nome di genere, anzich un subjettivo,  uno attributo, anzich un sostantivo, un adjettivo. Egli  grande, provvidenziale, giusto, buono, immenso, perfetto ec.
La natura, l'Universo, il tutto, son quelli che provvedono il subjetto, e l'aggettivo poi,  formato dalla nostra immaginazione: ma questo attributo, questo aggettivo in sostanza, non  altro, che la espressione dell'anima affettiva, della immaginativa, della sensibilit umana, che per mezzo di tale espressione, indica quell'oggetto naturale da cui resta impressionata, sia desso terribile, o benefico, spiacente o gradito. Ne consegue, che gli Dei sono quindi cos diversi, che lo sono le impressioni prodotte dalla Natura sull'uomo: ma questa diversit,  in rapporto diretto, ed immediato colle varie sensibilit, caratteri intelligenze, e temperamenti degli individui.
Ben sappiamo che tutte le diverse Religioni, e Divinit hanno per base un che un essere comune a tutte: ma questo essere, questo Dio primitivo, che in certo modo vegeta nel fondo degli altri Dei,  un composto di due elementi del pari validi cio la Natura umana, o subjettiva da una parte, e la Natura Sovra-Umana non-umana ed objettiva dall'altra.
L'Universo ossia la Natura Mondiale,  certamente, l'Objetto maggiore, l'Objetto tale per eccellenza, e comune a tutti gli uomini senza eccezioni di sorta, n di climi, n di temperamenti, n di d'idiomi.
Or, la indentit di una Natura universalissima, per cos dire, cio che abbracciasse ad un tempo, tutto Naturale e Soprannaturale, questa identit essendo un che di ideale esclusivamente, e la Natura propria e vera, manifestando sempre, e divergenze, e variet non poche, ne risulta, che la tanto famosa e vantata unit delle religioni nella sostanza loro.; non  in effetto, n maggiore, n minore della unione, della Unit della Umana Natura colla sovra umana extra-umana, cio, un assurdo.
Di tutte quante le impressioni cos svariate, e mutabili cui l'uomo va soggetto la pi possente di tutte o, meglio, quella che pi profondamente di ogni altra perviene ad addentrarsi nello essere suo particolare, quella  appunto, che lo predomina e che diviene per lui Religione.
Chi ad una qualsiasi divinit di qualsiasi nazione togliesse le sue particolarit che la distinguono, le toglierebbe altres il suo organismo, la individualit sua, le toglierebbe non la Divinit in generale la essenza in generale: ma il suo attributo la sua speciale qualit, Ora una Divinit un Iddio cos in generale  per gli uomini una nullit.
Dicasi lo stesso della Immortalit.
Se voi veniste ad alterare le condizioni le qualit dell'altra vita, di quella altra vita appunto come un uomo se la crede, voi gli togliereste di pianta la medesima; poich egli non pu, n vuol saperne d'altra vita diversa di quella, che egli ha immaginato, e che armonizza col suo carattere, colle sue abitudini, colla sua nazionalit.
Cos; mentre ad un'anima cristiana farebbe orrore il Walhalla germanico, ad un musulmano ripugna il Paradiso dei cristiani; ed agli antichi Germani non si avrebbe potuto fare aggradire l'olimpo dei Greci. Quei Germani dell'antichit persuasi, come erano di ritrovare al Walhalla le spose, e le amanti loro, e di continuarvi con esse le loro relazioni conjugali; certo non vedevano in ci nulla di sconveniente; come non lo vedevano nelle caccie, nelle battaglie, che col pure tengono, per fermo, di rinnovellare.
Per, al Walhalla le donne erano pi belle pi seducenti, che sulla terra, pi splendidi i banchetti, pi grandi e feroci i lupi, ed i cinghiali nelle caccie, pi gigantesche e fragorose le battaglie; insomma il Germano antico avea colla sua immaginativa ingrandito ed abbellito, quei piaceri, quei cimenti bellicosi, e qui pure era adunque una idealizzazione, che certo vale del pari, ed anche meglio, che una incognita esistenza dopo la morte, come l'afferma, e sulla quale si diffonde in parole, il nojoso, e sbiadito Teismo odierno.
Or qui non  di difficile il conoscere da quale parte si stia la sincerit sensuale, e da quale la idealit ippocrita.
Dal canto nostro; abbiamo fatto bene rigettando il sensualismo germanico del Walhalla: ma sotto pena di nuocere alla nostra salute fisico-psicologica, individuale, e sociale dobbiamo scansare lo imbatterci nella ipocrisia idealista sorella, ed affine col Cinismo metafisico, e teologico.
Male si apporrebbe chi nella odierna Critica-dialettica altro non sapesse vedere che un semplice attacco contro il Teologismo; dappoicch essa Critica tratta non meno severamente la Metafisica questa Scolastica novella dei tempi odierni.
Fra la immaginazione, e memoria, e la intuizione objettiva corre con gran salto:
La immaginazione  poetica, e costruito che ella abbia un mondo ideale nello interno dell'uomo; si serve di siffatta idealit per farne una specie di compenso al danno ed alle perdite che l'uomo soffre nel mondo della realt.
Ma, la intuizione prosaica e limitata nel tempo e nello spazio pu dirsi, in certo modo, materiale, perch essa non si allontana giammai dalla materia presente, e procede passo a passo nella sfera del mondo esterno, e sensibile di cui l'uomo fa parte.
Per contro, la immaginazione,  quantitativamente illimitata, onnipossente, onnisciente, presente a tutto e pu dirsi la Bont stessa personificata, in quanto che si presta ad appagar tutti, per istravaganti che sieno, gli umani desiderj. Vero  che ella non adempie alle sue promesse, che con fantasmi, ed allucinazioni: ma il cuor dell'uomo si adagia meglio in questo letto fantasmagorico, che nella sincera: ma severa realt delle cose; in quella realt dove non gli  dato rinvenire i cari oggetti, che la morte fatalmente gl'invola. La immaginazione  come l'occhio dello spirito, ed  quindi ben naturale, che noi per mezzo di essa, avendo situato, per cos dire, la immagine del nostro caro trapassato nell'orizzonte del nostro interno, nasca in noi il desiderio di rivederlo proprio collo effetto dei sensi ottici; Siffattamente e che ci appare un mondo di realt quel mondo fantastico immaginario che per altro ha molta analogia con questo in cui viviamo.
Adunque, o signori Teisti, e spiritualisti cristiani, o concedete come verit inconcusse ai Germani antichi il loro Walhalla ai Greci il loro Olimpo, agli Indiani del Nordo-America, il loro Paese del grande spirito, o dichiaratevi nel torto allorch alzate le grida imprecando contro a coloro che, ai detti vostri, osano con mano crudele rapire alle anime semplici il dolce conforto, le delizie in prospettiva di un altro mondo.
Negare il vostro altro-mondo, e negare quello delle altre Religioni sono due crudelt per lo meno eguali, sotto varj riguardi.
Le fantasie le immagini delle cose dell'Altro-Mondo, giungono a tanto di forza presso alle nazioni semplici, e primitive ed a tale intensit e potenza da spingere perfino al suicidio. Cos lo scandinavo si uccideva di sua propria mano in mezzo ai suoi proprj amici fra le gioje di un banchetto, e la sua sposa si gittava da se in mezzo alle fiamme del di lui rogo.
Un Teista viaggiatore ci narra per come segue. Son sue parole.
"Gli antichi Cansciandli si faceano divorare dai cani, annegare, impiccare, ed anche si uccideano da per loro stessi, onde sottrarsi a qualche grande ignominia, o dolore.
E per vero, quell'uomo che tiene per fermo di conoscere appieno, e con tutta certezza il suo avvenire dopo la sua morte, facilmente inclina a sbarazzarsi al pi presto di questa vita terrena. Bene dunque ha disposto la sapienza divina a lasciarci nello ignoto sulla vita futura; giacch nel caso contrario sarebbe per noi perduto, ogni interesse, ogni gusto per le nostre occupazioni, e piaceri di questa a terra."
Ora questa sapienza superna, e saggezza della quale cennava quel Teista,  appunto la parte, che a lui, ed a quei della sua scuola, rimane della propria sapienza, e saggezza, ed in grazia della quale possono ancora approdare, nei limiti del buon senso, a quanto basta per non sacrificare alle nebbie di un ignoto futuro, il bene, e la luce del presente, ed andare d'accordo con quel proverbio tanto comune che dice Meglio un fringuello in mano, che un tordo in frasca.
Questa saggezza, peraltro, non  difficile a raggiungere, e non occorre gran levatura di mente per questo.
Ma a causa del procedimento psicologico, e sopra mentovato, avviene, che il Desio, la immagine d'un altromondo, di un'altra vita appare all'uomo una cosa objettiva anzich, subjettiva ed intrinseca a lui sicch, per dirla con un poeta, ci diventa una figura capovolta per opera di quella specie di Fata-Morgana che  la Religione.
Voi, o Teisti,(20) ci venite dicendo, che le tante miserie di questa vita v'inducono logicamente alla credenza in un'altra vita; ma allora come biasimate un uomo che si uccide per raggiungerla pi presto questa altra vita? E perch non affrettate il passo voi medesimi per arrivarvi? Certo la vita eterna  tal cosa s grande e rilevante, che questa meschina vita terrestre non dovrebbe aver potenza per arrestarvi(21)!
Sieno quali si vogliano le condizioni della vita futura nell'altro mondo, essa sar sempre tale da affascinare le umane menti, in guisa che noi potremo sempre e ragionevolmente domandare. A che scopo questa miseria di sessanta, o settanta anni, come a preludio di una vita senza limiti nell'altro mondo? A siffatta domanda, a tal problema si  qualche volta dato per risposta, e soluzione il suicidio. E noi riprovandolo altamente (come per logica, e per dovere) non possiamo al tempo stesso non iscorgere, che tenuto conto di quelle premesse, sar condannabile per tutti i riguardi, ma non potr dirsi una incoerenza.
 La necessit Subjettiva della Credenza alla Immortalit
Chi da critico osservatore, ha studiato nelle sue diverse fasi la comune popolar credenza alla vita d'oltre tomba, ha trovato altres, che il significato di essa,  appunto la vita attuale immaginata, e sperata qual cosa continuata senza limiti, senza fine in un mondo altres immortale.
Ed evidentemente, la secreta radice di siffatta credenza, meglio che nel desio di perfezionare l'essere nostro, sta in questo altro desio di continuare illimitatamente la nostra individualit.
Dapoich, per cos dire, l'uomo si abbranca alle sue abitudini, ed alle cose che possiede, e quindi ama di rappresentarsi un tal possesso siccome eterno; e cos una siffatta sperata eternit  quasi una subjettiva necessit per lui individuo.
Ben disse Fichte, che noi non possiamo amare un oggetto senza desiare e sperare di possederlo sempre, o almeno lungamente; Or questo grande ideologo avrebbe potuto altres aggiungere, che noi non intraprendiamo opera alcuna, senza aggiudicarle una durata; se non eterna, per lo meno assai considerevole agli occhi nostri.
Dacch noi ci mettiamo dinanzi la immagine della futura nostra distruzione, e caducit delle opere nostre cessa naturalmente in noi lo stimolo all'attivit. L'architetto che pressente di gi prossima la caduta della sua fabbrica, lo scienziato che si convince della vanit della sua scienza, certo che non saranno animati nei loro lavori.
Insomma, quando l'uomo intraprende alcun che, lo fa col pensiero della durata dell'opera sua.
Ora questa durata, quando voluta infinita, perpetua meglio si direbbe un che d'indefinito, poich pensare una cosa come eterna, vuol dire ignorarne la fine ossia pensarla senza pensare l'epoca del suo finire.
Pi tardi poi questa rappresentazione negativa questa appassionata espressione cangiasi alfine in un'idea riflessiva affermativa per mezzo della speculazione, e riflessione astratta, strano privilegio, ed attributo, della quale,  il non conoscere costantemente, la origine delle umane idee, o rappresentazioni.
Nel caldo dello zelo appassionato, dell'amicizia, dell'affetto, l'uomo crede eterne le cose pi precarie e moriture; ma cangia d'opinione allorch trovasi altrimenti disposto nello spirito.
E ci  quanto ignora, cio, vuole ignorare, la speculazione troppo altiera per pazientarsi a studj psicologici.
Riflettendo noi a questo, cio, che un giorno risulter agli occhi nostri priva d'ogni valore d'ogni merito, quella cosa appunto, che ora  per noi cara sacra, sublime, vera; noi anticipiamo, in certo modo, la fine di quella cosa, e con ci proviamo tale un dolore, da compararlo alla idea della nostra morte in mezzo al pi vivo slancio di vitalit.
Or per far contrapposto alla nozione della nostra fine anticipata, non vi ha mezzo pi acconcio, che quello della Non-Fine, o della Eternit, per mezzo della quale, combattiamo la idea della distruzione.
Ma nel corso della nostra ordinaria vitale carriera avviene, a nostra grande sorpresa, che la tanto temuta fine di una cosa, di un oggetto a noi caro ci arriva spogliata affatto di tutto quel tremendo di che in prima ci parea circondata. Ci eravamo abituati a supporre, che lo scadere di una istituzione, lo intiepidire o mancare di un affetto, il perire di una credenza, di una fede dovesse toglierci la vita: ma il fatto poi ci prova, che nulla accade di tutto questo.
E per vero, tra la fine immaginaria delle cose, e la fine fisica, materiale, reale corre una gran differenza. Or bene, la idea prematuramente pressentita di questa fine, era in sostanza un'anticipazione del tutto male a proposito: Ma poich sublata causa tollitur effectus; cos , che sparita una volta quella ideale anticipazione, dispare altres la necessit della idea contraria, cio quella della Eternit. E mentre che la fine immaginaria  grave, crudele, e potrebbe dirsi anche contro natura; la fine reale , pi, o meno, lieve e soave secondo la sua essenza se non pure secondo la sua forma.
Le Monadi del Leibnitz, cominciate per mezzo della creazione, non possono terminare che coll'annientamento. Ma noi qui ci occupiamo non gi delle Monadi; ma di esseri fisici, e naturali, che per loro attributo nascono, e muojono gradatamente.
E cos debb'essere, poich sono veri tessuti complicati, e composti di fili, e di maglie in numero stragrande.
E siccome fisiologicamente, e psicologicamente, l'uomo prova come una necessit di credere (malgrado la brevit di sua vita) quali indissolubili i suoi legami d'amore e d'amicizia coi suoi simili, non che cogli Dei, cos sente altres, la necessit di rappresentarsi come indefinita ed eterna la sua propria esistenza, sotto pena di venirgli meno il coraggio del vivere, cio, dallo agire, e del soffrire.
Sopra ci nissun dubbio: ma da questa specie di necessit (per il comune degli uomini) del pensare, cio, ad una Immortalit, non sorge affatto per conseguenza la necessit della Immortalit medesima. Ed infatti, questo pensare alla Immortalit noi ce lo rendiamo (in certo modo) necessario, per ci appunto, che prematuratamente ci occupiamo del pensiero della Morte, la quale apparendoci come una estinzione ingiusta, e crudele della nostra esistenza quaggi in terra; suscita in noi penosissimi sentimenti. Adunque, noi siamo come costretti a pensare alla nostra duratura conservazione, come a quella che in noi risveglia gli opposti sentimenti, cio soavi, e graditi.
Per contro, la morte nostra naturale, e normale, non arriva gi come una sorpresa una interruzione violenta, e brutale; sibbene come una conclusione logica, e lenta, ed allora soltanto che gi agli occhi del vecchio stanco e cadente, la vita non ha ormai altro valore altra importanza, che quella di una vecchia abitudine in una esistenza gi scema di speranze, quanto priva di piaceri e di energia(22).
D'altra parte, la idea di una durata perpetua dopo la morte, e quella della non-esistenza dopo di essa, sono cos eterogenee infra di loro che ne sorge una profonda contradizione. O, meglio, la celebre e vantata fusione delle due nozioni contrarie, d'esistenza e non esistenza quale insegna, una Logica (scolastica) detta Cristiana, non  in sostanza che un vero assurdo.
Ed invece, la Logica naturale, o Razionalista, c'insegna che non pu dirsi esistente, un individuo che ha cessato d'esistere, n dirsi morto quello che vive ancora, n dividere in due ci che  individuo, cio, non divisibile, per dirne morta una met, (il Corpo), e viva l'altra met (l'Anima).
Per vero, che codesta Immortalit,  un bel trovato, un bel ripiego, pei sognatori, e segnatamente per gli sfaccendati!!
Mentre invece coloro, che energicamente attendono a studj, e lavori serj, e gravi, si permettono, tutt'al pi, di meditare un istante sulla loro morte sol per trarne argomento, e consiglio, a stimolare il proprio zelo, economizzare il tempo, ed organizzare l'attivit a vantaggio nostro, e dei nostri simili.
Conseguenza, invece, ed atto pratico della fantastica teoria di una vita eterna dopo la morte,  il dissipare la propria energia sia morale, sia materiale, e quindi non ci fa maraviglia lo strano e miserevole disordine degli spiriti nella loro maggioranza, e che da secoli finora, ha dove pi, dove meno, aduggiato lo umano consorzio.
E qui non possiam tralasciare di rilevare, che il Cristianesimo  quello appunto, che ha dato mano specialmente a questa opera infausta, spargendo la strana credenza d'una vita perpetua oltre tomba, credenza che, per vero, non ebbe mai pieno corso in tutta l'antichit, eziandio presso i filosofi i pi fantastici, e sognatori.
Si ascrive a gloria del Cristianesimo lo aver nutrito di questa trascendente idea il Genere Umano; ma un tal nutrimento pur troppo ha trovato a ben comodamente adagiarsi secondando la umana Essenza nelle sue eccentriche debolezze; E prove apodittiche ce ne sono, tanto il compendio degli annali dei fasti del Cristianesimo, quanto la situazione degli spiriti; pur tuttavia stravolta nella societ da esso influenzata; non che la parte materiale della medesima. Tutto quanto e di pi contrario al buon senso, al sano criterio, si  associato a quella credenza, sicch quest'ultimi diciannove secoli sono stati in certo modo per l'Umanit una pur troppo lunga febbre, colle sue esaltazioni entusiastiche, (se volete) ma pur sempre una febbre, un prolungato delirio.
Ed in verit, come volete mai che l'Uomo qui in terra si occupi seriamente a migliorar la sua condizione fisica, e morale, ed i suoi rapporti coi suoi simili, e colla Natura spinto cos com' dall'autorit del Domma, a traslarsi continuamente con tutta la sua morale energia, con tutti i suoi desiderj, con le sue pi care aspirazioni verso una vita extramondana, e soprannaturale(23)?
Con una eccentricit senza esempio si  preteso niente meno, che di uccidere la Morte, di distruggere il principio normalmente distruttivo in Natura.
Ma non sarebbe stato, pi logico, pi umano, pi giusto, pi attuabile, il porre mano indefessamente a debellare i mali viventi della Umanit, gli errori, i cannibalismi, le brutalit, l'accidia, l'ignoranza, le male abitudini, le pazzie dello spirito, i traviamenti del cuore?
Invece di seriamente occuparsi di una siffatta, e veramente umanitaria, riorganizzazione sociale, il Cristianesimo, con una rara presunzione, si di fin dal suo nascere a promettere agli uomini assai, assai pi di quello che essi domandavano, e domandano: Egli promette loro la realizzazione di un desiderio fantastico, immaginario, la Immortalit: mentre l'uomo finch resta puro, e sobrio nella sua natura, non chiede che di veder soddisfatti desiderj razionali naturali, proporzionati alla sua umana essenza.
Lungi dallo essere la espressione sufficiente e classica della Umana Natura, il Cristianesimo si fonda sopra una contradizione fra la Coscenza dell'Uomo, e la sua Essenza, e tutta questa magnificata Immortalit, non , in ultimato, che un desiderio fantastico, un ritrovato della immaginativa, che non sorge per nulla come una necessit della nostra umana Essenza.
Proclamando, la Immortalit individuale, il Cristianesimo ha detto all'Uomo una adulazione alla quale bisogna pur dire (per esser sinceri) che nissuno presta fede realmente; eccetto coloro la di cui intelligenza  del lutto attutita, e sopraffatta da una prepotente e patologica fantasia.
Lutero (il patriarca della Riforma) fa in questo argomento delle rilevanti confessioni, per le quali ripete le cento volte, che quand'anche si volesse prestar coscenziosa fede al Domma Cristiano; la trascendentale natura di questo lo impedirebbe.
Altro fatto, degno d'attenzione,  pur questo che tanto gl'increduli, che i credenti abborrono egualmente dalla morte, lo che insomma viene a significare, che il desiderio, la speranza di una esistenza oltre tomba, sono cose del tutto illusorie, buone soltanto nella, e per la, immaginazione; e paventose di vedersi smascherate allorch prese seriamente ad esame Critico-dialettico.
Tale una idea  la eterna vita, che accettata nella categoria temporale serve come di contrappeso all'altra idea della brevit della nostra vita attuale. E qui pure vi occorre rimarcare, che vi ha contradizione manifesta colla verit reale.
La vita nostra terrena, al contrario,  lunga e non brevissima, e se alla nostra idea pare corta egli  per ci solo, che noi degli anni, dei giorni, dei momenti passati non tenghiamo conto altrimenti, che come non esistenze, e facciamo come l'avaro, che non guarda pi ci che possiede; ma soltanto ci che aspira a posseder nell'avvenire.
Cos, colui che avesse vissuto migliaja d'anni, riguarderebbe tutto il suo passato come pochi minuti, lo considererebbe come cosa efimera come perduta nel baratro del nulla.
Con tal metodo governasi la mente del comune degli uomini, che facendo estratti, e compendj cosmologici, giunge a riepilogare una lunga vita ricca di affetti, e di sensazioni, in un sol momento vano, e fuggitivo. Quindi , che alla immaginaria brevit della nostra vita terrena si vorrebbe, o meglio, si vuole, contrapporre una durata perpetua extra mondana, egualmente immaginaria.
La idea di una esistenza oltre tomba, ed individuale,  in sostanza quella della nostra vita attuale continuata, e migliorata di molto sulla nostra vita presente, e passata: ma questa idea ipostasiata, e quindi separata dalla realt materiale, al modo stesso preciso come ipostasiato il complesso delle leggi della ragione, e dell'universo ne compongono ci che dicesi Dio.
E da ci risulta la intrinseca connessit che rileviamo tra Dio, e la Immortalit.
Inoltre, la grande volta stellata del firmamento si  voluta come divinizzare, colla immagine di un Paradiso; (come altrove un Inferno).
L'uomo vorrebbe conoscere cosa c' lass in quelle profondit del cielo, o in quegli abbissi, nel nucleo del nostro, o degli altri Pianeti, e quindi, e della sua ignoranza, e di quel suo desiderio, si forma immagini di un altro mondo, cio d'un mondo ben'altra cosa, che questo nostro in cui viviamo.
Lo stesso si desume dalle teoriche filosofiche dei Greci, e dei Romani, i quali, meglio che altrove, voleano le anime allogate negli astri.
E per vero, la enorme distanza di essi dalla nostra terra, rendendoli accessibili al solo senso della nostra vista (che  di tutti i sensi il pi sublime) ne segue, che essi hanno per noi qualcosa d'imponente, e superiore alla materia terrestre, un vero dominio proprio della fantasia.
Ora, la intuizione estetica nella sua infanzia di sviluppo scientifico, inclina naturalmente a trovare una Biologia nell'Astrologia, e quindi a veder nel sole nella luna, nelle stelle, specie di angeli di spiriti, di Genj celesti.
E ci si pensa dall'uomo per la medesima spinta interna, che pi tardi lo induce a credere, che il sole, la luna ec. sieno stati creati a bella posta per lui o (ci che torna simile) per la gloria del suo Dio, trino, ed uno. E per questa stessa specie di psicologica necessit, che lo spinge a proclamare la esistenza di esso Iddio.
Ma, da questa inclinazione, e diciamo pure specie di bisogno di credere alla esistenza reale degli enti, degli oggetti, A, B, C; mal ci apporremmo deducendone la veracit la necessit della esistenza di essi oggetti A, B, C.
E nella contraria sentenza si dovrebbe conchiudere (a scansar la incoerenza), che l'orbita circolare descritta dai Pianeti non  gi ellittica; ma simmetricamente circolare; dapoich, stando al ragionamento astratto, ed a priori, e prima d'avere, imparato per la objettiva intuizione, e scientifica, tutto il contrario, si pensa naturalmente, necessariamente, che la linea circolare esatta,  la pi perfetta di tutte le linee (veggasi il Niccol Copernico di Lichtemberg.) Con siffatta assunzione agli astri voleasi onorar l'uomo di merito eminente.
In Omero, Ercole l'eroe, sta assiso lass nell'Olimpo, mentre che la sua ombra si aggira nell'Erebo. L'Ercole Olimpico  quello storico personaggio illustre, poeticamente venerato solo nel regno della immaginazione, e l'Ercole, ombra,  l'Ercole defunto.
La nostra ammirazione, e riconoscenza divinizza in certo modo gli uomini eccellenti gli eroi: ma solo dopo la loro morte; perch i morti non avendo pi attrito di sorta con noi, non ci possono pi n irritare, n infastidire, e solo ci rammentiamo dei pregi loro.
Solo la civilizzazione essendo capace di realizzare ci che di ragionevole e di naturale sta nelle immagini che ci formiamo dell'avvenire; ne segue, che la Religione la quale tuttavia ci viene parlando di una vita futura soprannaturale;  in certo modo un anacronismo, poich essa vita futura extra-mondiale  come una sottrazione fatta appunto alla vita attuale, ossia alla civilizzazione, che  norma di essa: Dunque sotto questo punto di vista la miseria sociale  corollario, per lo meno, se non base alla Religione: ma sublata causa tollitur effectus.
D'altronde, piacciavi osservare quanto ormai sono in decadimento le antiche credenze gi una volta cos rigogliose, e vive nel mondo. Non pi miracoli, non pi eserciti celestiali, non maghi, non streghe non indemoniati, o demoniaci, n tante altre idee contradittorie colla Geografia la Fisica, e le altre scienze.
La sanguinosa Antropotisia di una volta ha ormai ceduto il luogo ad olocausti psicologici, e spiritualisti, sicch ora il cristiano non sacrifica pi a Dio, che i suoi desideri, l'anima l'intelligenza, ed  gi questo un notevole progresso, ne pi si vedono gli orrori di umani sacrifizj, come gi un tempo al Messico prima di Fernando Cortez.
 La Credenza Critica alla Immortalit
Superbamente sorridendone, il Cristianesimo scherniva la semplicit di quei Selvaggi che recavano da mangiare ai morti loro; usanza questa, come si vede, di uomini rozzi, e senza descernimento, e materialista ma egli, il Cristianesimo, ignora, o finge d'ignorare, che la credenza alla immortalit solo in tal guisa pu assumere aspetto di naturalezza, e veracit ed ignora altres, che il voler dividere la spirituale esistenza d'un individuo, da quella dei suoi polmoni, dall'esofago, dagli intestini ec.  cosa impossibile, e che una esistenza detta spirituale senza la concomitante materiale  una esistenza immaginaria, astratta ossia negativa ossia nulla. Possedere spirito, intelligenza, importa possedere eziandio un capo; ma potreste voi credere alla esistenza vitale d'un capo tutto solo, troncato?
Voi ignorate forse l'Anatomia, la Fisiologia.
Per, vi giovi sapere, che il nostro cervello  in relazione diretta collo stomaco per mezzo dei nervi. Ora il cervello si sentir egli forse degradato pel suo contatto coi nervi olfattorj, e genitali, e gustatorj?
E non avete rimarcato in vita vostra, e le tante volte, la influenza esercitata sopra le vostre facolt mentali da una tazza di The, da un buon pranzo, da una prolungata inedia, da un raffreddore?
 ben probabile, che tutto assorto nella sfera iperfisica, soprannaturale del vostro altro-mondo fantastico, abbiate mai sempre trascurato la osservazione dei fenomeni fondamentali della vostra vita ordinaria e terrena.
Un'esistenza, umana, individuale, senza cervello, senza stomaco, senza polmoni (checch ne dicano i signori soprannaturalisti) sar sempre per lo meno, una esistenza assai problematica, immaginaria; e vorrei vedere come saprebbero rispondere a chi si facesse a domandar loro, l'acqua patabile separato, che ne avrete gli elementi constitutivi, l'ossigeno e l'idrogeno; seguiter ancora ad essere acqua, o sar dessa qualche altra cosa?
Mentre che il senso al palato, o meglio il gusto delle vivande, non dura a tavola che pochi minuti; l'assimilazione degli alimenti negli organi digestivi si compie nel corso di molte ore, ora nissuno, credo io, vorr tenere quella elaborazione assimilatrice (della quale, non ci accorgiamo punto) come una continuazione del gusto al palato!
Durante il nostro sonno la nostra anima  in attivit: ma non ce ne accorgiamo o almeno assai confusamente per mezzo dei sogni.
Ora senza ricorrere ad altri esempj, egli  manifesto che noi non esistiamo se non in quanto sentiamo, ci accorgiamo di esistere, e che per conseguenza, una esistenza dell'anima nostra, anteriore o posteriore alla nostra attuale, e della quale non ci accorgessimo punto, cio a nostra insaputa, sarebbe una non esistenza, un nulla.
Nel metter fuori la sua famosa dimostrazione speculativa sulla immortalit (base d'altre analoghe, e posteriori dimostrazioni) Platone ebbe, per lo meno, la lealt di svelarne la parte claudicante, e difettosa.
Onore dunque al grande idealista dell'antichit, e vergogna al nostro ipocrita, e pedante spiritualismo, che a furia di sofismi vorrebbe coprire, e nascondere quel difetto. Che se poi i signori spiritualisti non insistono con altrettanto zelo sulla nostra preesistenza alla vita attuale, egli  perch all'umano egoismo preme pi dell'avvenire, che del passalo.
Si direbbe a prima giunta, che la Immortalit secondo i Cristiani abbia una decisa superiorit sopra quella immortalit dubbia ed indefinita degli antichi pagani: ma qui tutta la diversit apparente viene da ci che in questa specialit si  cangiata la natura delle cose da spiritualista e psicologica, in antropologica. Difatti il Cristianesimo ha sostituito la risurrezione della carne, alla mal certa, e vaga immortalit degli antichi gentili; ma qui non bisogna illudersi n credere, che il Cristianesimo si riaccosti alla credenza semplice, e modesta dei tempi primitivi. Ben al contrario, egli accampa un sistema meditato, ed arrogante. Cos p. e. egli fa sparire nei corpi risuscitati, gli organi genitali.
Or perch non fa sparire anche le gambe e la testa, che pure abbiam comuni cogli animali?
Nel paradiso Cristiano, non si abbracciano le spose non si beve non si dorme ec... cio non si vive della nostra vita umana; ma allora a quale scopo, e perch questi Corpi risuscitati?
Il Cristianesimo, che per il primo cominci la critica contro il Paganesimo in ispecie, e contro tutte le altre religioni, non ha dritto a lagnarsi della nostra odierna critica, egli la intraprese a mezza contro la filosofia, e noi la portiamo ora al complemento riportandoci all'uomo naturale, e primitivo.
Nei remotissimi tempi, l'uomo si facea immagine della vita dopo morte, come di una continuazione di questa vita terrestre, o, a dir meglio, restavano cancellate a un tempo e morte, e Immortalit. E dal riguardo della Psichiatria e Pedagogia si pu vincere l'orrore della morte, allorch per mezzo della intelligenza si apprende quella come la negazione di tutti i mali, che sono naturalmente inerenti alla nostra umana esistenza.
Dapoich, col soltanto vi ha dolore, dove si trova sensazione, e vita, e quando si dice Coscenza si dice insieme, discordia interna scissione, lotta.
Il dolore naturale (non mai il fittizio)  cosa appartenente alla vita, come l'azoto appartiene all'aria atmosferica.
Ora una felicit perpetua, inalterabile, infinita, non sarebbe, in sostanza, che una vera contradizione logica, una chimera.
 La Credenza Semirazionalista(24) alla Immortalit
Il Semi-Razionalismo, che in fatto di Religione vuol dire Protestantismo  consono col Cristianesimo; ma guardandovi bene addentro si possono fare, in ordine a lui le seguenti osservazioni(25).
Egli, che teoreticamente lo abborre, nel fatto poi pratica l'Ateismo, e non se ne vanta, solo perch teme il contatto con questo nome, e finch gli  dato cerca darsi spiegazione d'ogni cosa, salvo di ricorrere a Domeneddio in caso di assoluta deficienza.
Cos per ispiegarsi il grande enimma della vita universale, della vita, organica, della vita umana, egli chiama sulla scena il buon Deus ex machina, sbarazzandosi alla meglio della sua propria ignoranza coll'intervento del Dio omnisciente. E questo Essere Supremo (la inesplicabilit in persona) gli serve per lo meno, a trarsi d'impaccio nel dover rendere ragione e spiegazione dell'universo: Ma vedete un po'!! questo Dio Semi-Razionalista, si  situalo cos alto nel grande edificio dell'universo, che nel piano terreno di esso, tutto si passa naturalmente come a sua insaputa, sicch egli rimane con una alta sovranit, soltanto di nome.
Superficiale nel suo studio, il Semi-Razionalismo mentre niega il miracolo, non bada ad approfondirne la natura tutta sociale, ed umana. Adora Dio spirito, vanta lo spirito, ma si attacca alla materia, e dal soprannaturalismo, e spiritualismo, non ne deduce la repressione della carne come fanno i veri cristiani.
Al par dei puri ortodossi, il Semi-Razionalismo, o meglio il Protestantismo, crede alla Immortalit dell'anima individuale: ma non vuole accordarle quella uniforme, e perpetua, e tranquilla beatitudine degli Ortodossi, che agli occhi suoi parrebbe cosa insipida, e nojosa: ma invece, ama di affibiarle il piccante del progresso infinito in un godimento eterno. Per noi teniamo come assurde ambe le ipotesi, di siffatte due Immortalit.
Ed in vero, in questa specie di sequenza progressista vi saranno degli stadj dei punti di fermata, e per legge psicologica, lo spirito progredente nel gaudio sempiterno, proverebbe a un tempo, e gioja del suo procedere avanti, e dolore del suo passato ed anche del presente stesso, non ancora spinto avanti abbastanza. Ecco adunque, e gioja, e dolore, cio, la piena analogia colla vita nostra attuale.
Il corpo dei Beati  tutt'altro, che il nostro,  diafano, impalpabile, spiritualizzato, e quindi le sue gioje teoretiche soltanto, cio, immaginarie, e la sua assimilazione con Dio sono, in sostanza, un vero annientamento; mascherato in modo specioso.
Ma siccome il Beato non fa che approssimarsi a Dio senza mai pienamente raggiungerlo, cos non si risolve del tutto nel nulla; ma vi si approssima, d'eternit in eternit.
I sognatori d'Oriente si danno la mano coi loro confratelli d'Occidente, soltanto i primi sono pi ardenti e frenetici, ed ammettono risolutamente la loro ultima fusione, o annullamento in Dio (ovvero Nirvan, Nulla spirituale) mentre per contrario gli occidentali non vogliono intenderne di questo assoluto assorbimento: ma, come pi egoisti, vogliono conservare qualche cosa del proprio loro individualismo anche in seno del Dio assorbitore. E non s'avvedono, che la Morte terrestre e fisica, la Morte nostra, questa grande, e generale tragedia, non pu aversi un contrappeso un compenso, che, o nell'annichilamento assoluto (com' di fatto) o nella divinizzazione; E che di conseguenza, un mezzo termine, un transatto in questa specialit non ha senso di sorta. E veramente, dopo la prospettiva terrorista della Morte terrena,  ben probabile, che l'uomo non conserver desiderio di ricominciare un'altra vitale, individuale carriera.
L'antichit pagana scriveva sulle tombe
MOLLITER OSSA CUBENT
Ovvero;
PLACIDE QUIESCAS
E bene diceva; dappoich dopo il parosismo dell'agonia, l'uomo  abbastanza stanco per desiderar di dormire un sonno profondo un sonno di bronzo, o di ferro, per dirlo alla poetica, se non un sonno corredato coi colori del sonno del Giusto.
Ma il Protestantesimo, o Semi -Razionalismo, con una amara ironia larvata di dolce adulazione dice all'orecchio del morente
Vivas et crescas in infinitum!
Col solito comunissimo ritornello dicono costoro, che l'Uomo non potendo raggiungere qui in terra la sua perfezione, gli  quindi d'uopo di un'altra esistenza, di un'altra carriera oltre tomba, per compiere del tutto il suo sviluppo: ma l'errore di costoro sta appunto in questo, cio, nel considerare l'Uomo qualcosa ben altra che un essere naturale.
Ora la storia umana in generale,  talmente legata, per sua natura, con quella del regno animale, e vegetale, e minerale, tutto alla volta; che ben pu dirsi la Civilt umana abbia trovato in tutto ci i precipui, anzi indispensabili mezzi, al suo proprio sviluppo. Ci  troppo chiaro perch occorrano prove molte in appoggio e basti il citare la venerazione degli antichi per le piante e per gli animali. Ebbene non fosse che per codesto suo spontaneo culto, l'uomo ha gi provato la intiera sua connessione con la madre natura; connessione manifestata non solo dal fatto dei suoi fisici organi; ma eziandio dal proprio suo cuore, dall'anima sua.
S! un egoismo fantastico, quanto stolto, ed iniquo, ha voluto strappare l'uomo dalle braccia di questa sua madre naturale, la terrestre Natura, e ci da secoli si  sforzato di fare questa superba Angelo-Demono-logia, il Cristianesimo; sicch direste il Dio dei Cristiani quasi sempre in urto, e geloso della grande Natura universa.
Certo, che l'Uomo non  propriamente, n animale n vegetale; ma egli (analogamente a questi in questo particolare)  necessitato a vivere in rapporto diretto colla sua propria essenza.
Vivete e moltiplicatevi dice la Natura, alitando vivificando a miriadi gl'insetti come le altre creature, e spargendo a nembi nell'aere la pioggia di germi impercettibili all'occhio nostro.
Senza dubbio, che laddove voi scindete staccate dalla universale Natura la vita individuale, e sensitiva; voi non potete pi rendervi conto delle condizioni vitali; isolatamente dalla Vita stessa.
Cos, vi parr un enigma la origine dell'acqua del pari che quella degli animali aquatici.
Non  gi la Vita, come al dire di una materialista metafisico, il prodotto di un chimico procedimento, d'una forza naturale isolata, o di un particolare fenomeno; ma piuttosto un risultato di tutta intiera la Universa Natura. Adunque a chi domandasse perch esiste l'Uomo? si risponda con quest'altra interrogazione. Perch ci sono dei Negri, defili Americani dalla pelle rossa y dei Lapponi? Siffatta diversit di razze, e di climi obbligano a considerarle una per una, e non arrestarsi alle declamazioni pi o meno spiritualiste, e generali come pretende fare il Cristianesimo, solito a dividere l'uomo in due, l'anima, ed il corpo, lo spirito, e la materia, l'angelo, e la bestia; ossia (questa) un prodotto satanico. In sostanza, il Cristianesimo  l'antico Parsismo, e Manicheismo alquanto modificato dalla specialit dello spirito occidentale; ed ormai sarebbe tempo di sbarazzarsi da siffatti orientalismi.
Impariamo dunque a vivere, e morire da saggi, riconoscendo tranquilli nella Morte la fine naturale dell'esser nostro, e senza pi oltre inebriarci coll'Hachich(26) o coi narcotici dell'Angelo-Demonologia. L'uomo specchiandosi nei suoi fratelli minori, in fatto di spirito, osservi come in essi una gran parte non giungono a toccare quel punto, che  lo sviluppo pieno e felice della condizione, della sorte propria d'ogni loro individuo; E quindi non si dolga tanto amaramente se qualche volta gli tocca di morire prima che giunto alla pi avanzata vecchiaja. Liberato dai fantasmi di un'altra vita, l'uomo sar meglio consigliato ad astenersi dal tiranneggiare il suo simile, e a non tollerare l'altrui tirannide; meglio amer il lavoro, e meglio trarr partito dal tempo, e dalle di lui forze individuali, e collettive, non comprer pi indulgenze per l'altro mondo, non aduler pi i potenti, non bacer pi mano o piede a sacerdoti, non far vani sacrifizj; ma non rifiuter di farne dei veri concludenti ed umanitarj. Fino a certo punto e modo, l'odierno Umanitarismo, vuole ci che una volta voleva il Cristianesimo. I primi Cristiani venivano perseguitati dai Pagani, e gli odierni Cristiani (e peggio assai quelli dal secolo X al XV) trattavano del pari, e trattano, i pretesi atei, miscredenti, gli Umanitarj, i progressisti.
Ma coraggio! che ormai i principj della Filosofia Critica, e pratica, non sono pi latenti in piccoli circoli aristocratici, come al secolo XVIII; ma discesi nel popolo vero, e quindi si apparecchiano a governare il mondo. Per, anche oggi gli Ortodossi tengono ancora il campo, sebbene perdendo terreno ogni giorno, come gi una volta il Paganesimo ai tempi di Giuliano Apostata.
Il gran Lutero rivela a sua insaputa colle proprie parole sue, e con chiarezza i secreti della Teologia. Or per sua bocca il Cristianesimo protestante ha cos parlato.
"Se non esiste Dio, non esiste nemmeno il Demonio e la morte di un uomo non importa pi di quella di un albero, o di un'animale, dunque diamoci ai piaceri dei sensi giacch domani non saremo pi in vita come scrive San Paolo Apostolo (I Corinth. 15)."
Ma malgrado il suo vantato misticismo queste cristiane allegazioni dell'Apostolo, e di Lutero sono ben grossolane, e materialiste; ed oltre a ci, sono nel falso poich ogni essere che ragiona, convinto che siasi di dover morire fra non molto, e davvero, non vorr certo abbreviarsi la vita con delitti, e stravizi. Interrogato Kant nella sua vecchiezza su che ne pensasse della vita futura; rispose "amici miei non saprei dirvene alcun che di preciso." Ed in vero, per vivere, e morire da uomo onesto, e saggio, non occorre saperne pi di quel grande filosofo!
Tranne alcune ragioni fisiologiche, del resto tutto quanto scrisse Lucrezio contro alla credenza alla Immortalit sta benissimo detto anche ai giorni nostri. Egli il nobile Poeta latino, con arte non comune, schernisce il supposto strano accoppiamento nell'individuo umano di due esseri in uno; il mortale, e l'immortale, cio, l'Anima ed il Corpo (come spacciano i soprannaturalisti), e cos si esprime coi suoi versi
"Quippe enim mortale aelerno jungere et una
Consentire, mutare, et fungi mutua posse
Desipere est; quid enim diversius putandum est?"
In quanto poi, al valore assoluto della nostra vita attuale egli  tale, e cos spiccato e manifesto, che lo spirito dei primitivi Cristiani ne restava come dominato a sua insaputa. Difatti, essi ripeteano sempre, e lo ripetono anche adesso, che Dio ha dato all'Uomo questa vita quaggi nel nostro mondo per servirgli di mezzo ad acquistare la vita celeste, la immortale.
Dunque essa, questa vita nostra attuale,  la vera condizione indeclinabile la sine qua non, per giungere al Paradiso!
In verit, che una prova indiretta pi decisiva ed evidente, di questa non crediamo agevole il ritrovare a favor delle nostre sopraespresse opinioni.
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FINE.
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NOTE.
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(1) Il Razionalismo, e la sua Religione, qui cennati dal Lichtenberg son cose tutt'altre. che il Razionalismo e sua fede come lo intendiamo noi oggigiorno; ed il quale, per fermo, n ora, n mai potr esser tenuto per superstizione. Il Lichtemberg intende qui per Razionalismo, quella specialit di scuola protestante che si lusinga far plauso al Libero Pensiero, tuttavia ammettendo qual cosa divina la Dommatica Biblica, sicch qui non possiamo che rapportarci a quanto dicevamo poco prima su tale argomento alla pag. XVI della nostra prefazione.
(2) Non possiamo qui fare eco al parere dell'Autore; giacch tra una esistenza in generale (e pi ancora tra una esistenza felice) ed una esistenza negativa ossia una non-esistenza; corre sempre un divario qualitativo, grandissimo; quello, cio che sta tra l'affermazione, e la negazione. La piena antitesi.
(3) La parola Risurrezione non pu qui ammettersi nel suo senso letterale; intendetela invece come ingresso nella vita; e cos la proposizione si render meglio intelligibile.
(4) Si potrebbe aggiungere, che al Domma Parso in discorso risponde altres la pia credenza cattolica nell'Angelo custode.
(5) E vanit poi, ed egoismo concorrono a rendere la confessione auricolare una gradita occupazione ai fedeli ortodossi, segnatamente alle monache, ed alle divote di professione. L al confessionile esse non parlano, non si occupano; e non occupano il prete, che di esse, di esse sole, di esse esclusivamente; E tanto basta per rendere interessante il colloquio con aggiunto il piccante del Secreto sacro. Sia poi per accusarsi, per pentirsi, ec. .... ci non monta. Il ME  in gioco,  il protagonista, e non occorre di pi perch l'interesse della cosa sia presente e vivace.
(6) Il traduttore francese ci fa rimarcare a questo punto che allorquando il Feuerbach scrivea queste parole egli era ancora un metafisico; e prima assai che scrivesse l'Essenza del Cristianesimo. Osserviam che se per Metafisica dobbiamo intendere la Scienza degli Enti, e delle Essenze, il Feuerbach pot bene senza ricettarla, progredire nella filosofia razionalista, o meglio Critico-Dialettica.
(7) Potrebbe opporre la Dommatica ortodossa che un punto solo d'analogia tra questa nostra vita attuale, e quella dell'altro mondo, non basta a poter dire le stesse identiche fra di loro. Basta per, diciam noi, a stabilire tanta analogia tra esse da infirmare radicalmente la qualit di eterna, immutabile, infinita, legata per come si pretende, all'altra vita.
(8) La solitudine che a noi sembra regnare sulla superficie d'alcuni Astri pu benissimo essere solo apparente. Dappoich cos grandi sono le distanze di quei corpi celesti dalla Terra, che a malgrado la forza dei nostri pi perfezionati cannocchiali teloscopj; impossibile ancora ci risulta il poter discernere qualcosa di pi che le principali asperit, convessure o depressioni sulla superficie di quegli Astri.
(9) Certo, che la probabilit di abitazione negli Astri che distintamente osserviamo similissimi al nostro Pianeta,  grandissima per molli riguardi; e specialmente per quella specie d'incoerenza e male a proposito (coll'indole feconda ed animatrice della Natura) che risulterebbe dal supposto che quelli immensi spazj planetarj se ne stiano privi affatto di vitalit organica individuale. Ma sono poi tutti abitati gli Astri: stelle fisse, asteroidi, comete, pianeti e satelliti loro? Ecco tante altre incognite; anzi esattamente parlando a rigor di Logica l'abitazione stessa degli Astri generalmente considerata  pure anch'essa una incognita; dapoich sebbene di grandissima probabilit pure non  ancora un'asserzione apoditticamente dimostrata.
 Questa disgressione astronomica del Signor Feuerbach non si connette, per vero, molto direttamente col soggetto principale dello scritto pure per amor di fedelt l'abbiamo riportata per intiero.
(10) Rigorosamente parlando non si potrebbe ammettere la esistenza del Nulla, il quale di per se importa l'assoluta negazione d'ogni cosa. O per lo meno la esistenza del Nulla  d'una singolarissima specialit.
(11) A questo passo un comento  necessario giacch il tener dietro all'Autore in questo suo campo immaginoso, e pittoresco, non  forse agevole che per gli Alemanni esclusivamente. Egli in sostanza vuol dire che la ipotesi di una seconda vita trasportata negli Astri trarrebbe di conseguenza, che lo sviluppo intellettuale della Umanit in questa vita terrena; resterebbe come distratto, impedito, attraversato, dallo influsso di una seconda vita superiore all'attuale, e che ognuno di noi come per instintivo intuito dovrebbe pi, o meno pressentire nell'animo proprio. Si vede d'altronde che qui il Feuerbach intende di combattere delle opinioni inclinanti alla Metempsicosi, o Palingenesi umana in altri corpi siderii, opinioni che forse trovano dei fantastici seguaci al di l del Reno; ma rigettate qui in Italia ai giorni nostri.
(12) Che a questo passo colla parola spirito abbia voluto intendere l'Autore ci che comunemente s'intende in Francia con tal vocabolo era pi che facile il comprenderlo; nondimeno il traduttore francese ha voluto rammentarcelo con una sua brevissima nota.
(13) Bene, difatti, si appose chi disse l'Anima il risultato ultimo, il fiore, la potenza suprema, il corollario, il consorte dello umano, vivente organismo. Ed invero mentre essa governa il corpo ne dipende direttamente, immediamente, ed al punto che si abbatte, e si rileva insieme con lui non solo colla sorvegnenza o cessazione delle affezioni patologiche ma eziandio coi normali periodi fisiologici segnati all'un capo dalla prima infanzia ed all'altro dalla ultima decrepitezza.
 Resta sempre la incognita del come la materia possa agire sullo spirito e questo su quella. Or qui analogamente a quanto pi sopra abbiam cennato su questo grave argomento aggiungiamo.
 Possiamo noi vantarci di conoscere a fondo in tutta la sua estensione e variet la materia tutta quanta?
 Per esser franchi, e leali, e malgrado i tanti volumi scritti in proposito dobbiamo rispondere. No!
 E possiamo noi renderci una ragion chiara e precisa di ci che si  convenuto di chiamare Spirito?
 Anche qui per esser franchi e leali dobbiamo pure rispondere, No!
 Dunque '?... dunque uno scettico e modesto riserbo, non  egli le mille volte pi saggio, pi giusto, pi sicuro, pi conveniente, che lo accampare in questa ardua particolarit opinioni e sentenze arrisicatamenle cattedratiche e decisive?
(14) Il Crono-Topo secondo Gioberti.
(15) Questa asserzione non ci sembra esatta dal perch noi ignoriamo della materia e la prima origine e la ultima sua condizione. N varrebbe il dire che il Minerale non pu morire perch non ha vita giacch a creder nostro anch'esso vive alla sua speciale maniera; non fosse altro col suo perenne modificarsi, profondamente. A tale che sotto l'azione del tempo una combinazione di cause produce il diamante col dove non era.
(16) E ben della Morte si disse poetando
 "E il saggio senza impallidir ti attende"
(17) Qui (com' ben naturale) la opinione del Feuerbach sta diametralmente opposta alla sentenza degli ortodossi Cattolici ed alla Rivelazione affermanti coll'Apocalissi che un gran fuoco piovuto dal Cielo o venuto non si sa bene da dove distrugger infine la umana progenie. A credere nostro entrambe le opinioni sono gratuitamente accampate e senza basi accettabili. Ed infatti, se nulla pu darci prova apodittica; della venuta di quel gran fuoco sterminatore, nulla, d'altra parte, ci autorizza a supporre eterna la umana razza sulla Terra, e nemmeno la Terra stessa. Anzi se tanto di questa che di quella, la scienza ammette un principio (tuttavia versando il dubbio, e le varie ipotesi soltanto sul come di questi due grandi fatti), per qual motivo non si ammetter una fine? Ben inteso, restando eziando una incognita il come di questa fine. Anche adunque qui il prudente riserbo dello Scetticismo se non  il partito il pi brillante , per lo meno, il pi logico e quindi il pi saggio e preferibile.
(18) Allude l'Autore alle credenze di Metempsicosi che tra noi italiani non hanno avuto corso e meno ancora adesso.
(19) A questo punto comincia una interpolazione scritta dal Traduttore francese sig. Hermann Ewerbek, ed a questa fanno seguito alcune strofe poetiche del sig. Feuerbach, colle quali si abbellano di sentimento le opinioni filosofiche dell'autore alemanno.
(20) Se per Teisti s'intende i credenti in un Dio personalit qualificata a talento delle fantasie dommatiche di questa o di quella Religione originaria dalla pretesa Rivelazione sta bene lo avversarli come fa l'autore: E certo ei per come tali gl'intendeva.
(21) Si pu objettare che il togliersi la vita essendo un alto contro natura  quindi sempre condannalo non che dalla Religione ma eziandio dalla Ragione umana la pi libera ed indipendente che si voglia.  quindi ben naturale che tanto i credenti che i non credenti nei Dommi religiosi nella loro grandissima maggioranza rifuggono dal suicidio.
(22) Quella specialit di morie umana alla quale meglio pu riferirsi questo si  l'Eutanasia ossia quella morte tranquilla, e lieve che arriva senza altre cause morbose, tranne la molto avanzata et che non  propriamente una anormalit patologica. E di simili morti sono comuni gli esempj nei contadini ed in generale fra gli uomini di vita semplice, discretamente laboriosa e di onesti costumi.
(23) Qui ci si potrebbe opporre che nonpertanto il mondo ha progredito nelle arti, nelle scienze e nella civilt in generale segnatamente dal secolo XV a questa parte. Ed e vero; ma non certamente o per lo meno non sempre, non ovunque, non in tutto d'accordo colla Religione, od ajutante la medesima, anzi il pi soventi senza di essa, e contro di essa come da un esame storico imparzialmente praticato si pu facilmente rilevare.
 Basti qui un solo esempio.
 Il Concilio di Trento (quest'ultimo conato dell'Ortodossia e del Clero per fronteggiare lo incedere del libero pensiero e della Civilt europea) dopo di essersi piegato a concessioni forzate verso il decoro e la libert civile dell'Uomo cittadino; questo Concilio, ultimo generale, e che avea stancato il mondo colla sua longevit non che colle tante scene ora serie ed ora comiche alle quali di luogo: infine poi in ultimo costrutto cio nella pratica attuazione delle sue decisioni veniva in complesso respinto dal governo del Re di Francia (il Cristianissimo) n diversamente in sostanza facea il Re di Spagna (il Cattolico) facendo prevenuti in secreto i suoi governatori delle Provincie si guardassero bene di dare effetto a quelle decisioni del Concilio.
 Erano i primi i potenti i governi a scuotere il giogo clericale da troppo tempo portato. Poi dovea venire la volta dei popoli. Ed  venuta!!
(24) L'Autore usa qui il vocabolo Razionalista; ma questo per noi all'epoca nostra presente ha un senso tutt'altro che quello nel quale egli intende usarlo.
 Il Feuerbach scrivea in Alemagna ad incirca un quarantennio or fa ed i suoi scritti s'indirizzavano specialmente (a come pare) ad una categoria di dotti e protestanti, il cui Razionalismo non si era ancora emancipato del tutto dai lacci della Dommatica; come ha fatto l'odierno Razionalismo quale oggi noi lo intendiamo in Francia, in Inghilterra, in Italia, in Alemagna ed in America.  perci che abbiamo mutato quel vocabolo in quest'altro di Semi-Razionalismo, ed  appunto cos modificato, che pu rendere il senso nel quale intende usarlo il Feuerbach.
(25)  chiaro che il Protestantesimo esordito con la grande Riforma alemanna e con Lutero, apr la via alla libert del pensiero in fatto di Filosofia, e di Religione proclamando il Libero-Esame: ma un resto sia di pregiudizio, sia di trepidanza: lo fece cadere nella incoerenza di volere limitare il diritto, l'azione, la portata di esso Libero-Esame. Questo limite immaginariamente insuperabile, queste Colonne d'Ercole, questo Nec plus ultra fu per costoro la Bibbia i due Testamenti allegando, affermando, la Divinit di questi volumi. Come se la prima e giusta domanda del Libero-Esame (ossia della Ragione scientifica) non fosse appunto quella che chiede le prove piene, lampanti, apodittiche, di siffatta voluta Divinit. Come se una tal domanda fosse una indiscrezione una eccentricit; e non piuttosto, quale  di fatto, la pretesa la pi giusta, la pi logica, la pi necessaria, dipendendo intieramente da essa, niente meno che o l'accettare, e venerare la Religione Cristiana; quale cosa augustissima, o il riggettarla siccome un'assurdit. Come se quelle prove apodittiche che si domandano; non fossero (quali sono state e sono tuttora) un vano desiderio per i signori dommatici, ortodossi, ma le avessero in mano belle, e pronte.
 Si vuole e si pretende ancora da uomini che si dicono dotti, conciliare la naturalmente, e necessariamente inflessibile Logica, e Critica-Dialettica con un avanzo di Dommatica, alla sua volta artifizialmente inflessibile, e superba fare omaggio al secolo, alla scienza, alla civilt. al progresso e puntellare i cadenti resti di vecchie instituizioni che pi non rispondono alla indole ed esigenze dei tempi. Conciliazione impossibile per come pi sopra abbiamo pi chiaramente cennato.
(26) Con questa parola intendono gli orientali un loro preparato narcotico col mezzo del quale si procurano un assopimento prolungato e, al dir di essi, pieno di estatiche sensazioni, e sogni deliziosi.
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